Giorno 1: Cosa vuol dire che non trova la mia prenotazione?
Unknown,
venerdì 27 maggio 2016,
La sera prima
di partire ero piuttosto stanca, ma non credevo che sarei riuscita a dormire
così facilmente. Ho persino fatto fatica a rimanere sveglia fino alle 23 e 30.
Ma ringrazio comunque Il Segreto per avermi aiutata a stancarmi ulteriormente, conciliandomi
il sonno.
(Se non
altro, almeno una l'ho vista. Al ritorno me ne sarebbero toccate altre 12.)
Quindi,
alle 23 e 30 sono andata a letto. E credo di essermi addormentata nel giro di
un minuto. Straordinario. Non mi era mai capitato, prima di un qualsiasi evento
degno di nota. Si vede che, ultimamente, non sto ferma un attimo.
Comunque,
mi son svegliata esclusivamente perché è suonato il telefono. Zero levatacce
gratuite nel cuore della notte, nemmeno per la pipì. Niente ansia. Niente
lucetta blu di merda che, normalmente, mi tiene sveglia. Niente di niente.
Dormito da Dio.
E non
riesco a concepirlo proprio.
Avevo
impostato la sveglia per le 5. Son pure riuscita a fare colazione cosa che, di
solito, mi risulta impossibile a quest'ora. Niente nausea, stavolta. Avevo
persino fame.
Mi son
preparata in fretta, certa che sarei stata presa dalla solita ansia del
"Ho dimenticato tutto".
Ma
niente. Ennesima delusione.
Cosa
cazzo mi è preso.
La
partenza è per le 6. Ho subito cercato i miei gattini. Romeo è nascosto sotto
al letto, sembrava offeso. Ecco, se ne vanno di nuovo e io resto qui, da
solo.
Sissy,
invece, è piuttosto agitata. È la prima volta, per lei. Spero soltanto che,
quando torneremo, lei non ci odierà, come ha fatto Romeo quando ero stata in
vacanza poco dopo il suo arrivo in casa. Credo che non me l’abbia mai
perdonato, in realtà.
L’idea
era quella di arrivare in aeroporto per le 8, ma l’ansia del traffico ci ha
fatti uscire di casa fin troppo presto. Se non altro, possiamo permetterci il lusso
di sbagliare strada una trentina di volte. Papà è piuttosto agitato. È riuscito
anche a farmi venire il panico da “ma siete sicuri che sia Linate e non
Malpensa?” Fermi tutti, controlliamo i biglietti. …Ok, stiamo andando nel posto
giusto.
Quando
ho notato la ruota panoramica di Novegro, ho capito che eravamo praticamente
arrivati.
E
quindi, ormai ci siamo..Se solo si riuscisse a capire come si entra. Papà si
ferma in rotonda, guardandosi intorno in cerca di ispirazione. Dando fastidio a
chiunque.
Così,
mi sento in dovere di inserire “Linate aeroporto” su Google Maps e fare da
navigatore. Spiego la strada e mostro anche lo schermo, ma mi aggrediscono
tutti dicendo che ho sbagliato. Scusate.
Dimentico
sempre che dovrei farmi semplicemente i cazzi miei. Così, mi risparmio pure la
batteria del cellulare.
Alle
7. Con solo un’ora di anticipo sull’anticipo, dato che il volo era alle 10 e
50. Che ridere.
…Meglio
arrivare in anticipo che rischiare di perdere l’aereo, ovviamente.
Ci
fermiamo davanti all’entrata, al parcheggio a ore minuti (90 centesimi
ogni quarto d’ora, sti grandissimi cazzi.), ma papà insiste nel dire che quello
è semplicemente il posto dove sostare, scaricare e sparire all’istante. Capisco
che il prezzo sia assurdo, ma non avrebbe nemmeno senso pensare ad un prezzo, o
disegnare delle righe blu in terra, se quello non fosse un normalissimo
parcheggio a pagamento! Mentre mio padre si convinceva che, forse, avevamo
ragione noi, ci raggiungono Luca e famiglia. I due papà volevano già sbaraccare,
ma per mia mamma è importante accompagnarci dentro e lasciarci il più tardi
possibile. Questa è la prima volta che i suoi figli partono insieme, ed è
persino più drammatico del solito, per lei. Ci ha anche scattato delle foto. In
auto, mentre mi addormentavo, in aeroporto, con i bagagli. Credo che ne stia
soffrendo tantissimo, e quelle lacrime sono impossibili da fraintendere. E dire
che stiamo andando a divertirci, a “realizzare i nostri sogni”, come continua a
ripeterci, prima di andare verso la macchina. Ci vediamo tra dieci giorni,
mamma. Non disperare!
…Sempre
se l’aereo non esplode, si intende.
In
tutto questo dramma famigliare (che, spero, verrà consolato dai due gatti a
casa e i sette al lavoro), mancava ancora una persona all’appello: Alessia non
è ancora arrivata.
Nonostante
sia l’unica di Milano.
Ma
non è ancora tempo di preoccuparsi: in fondo, ha detto che arriverà alle 8.
Fino ad allora, cercherò di stare tranquilla. Controllando l’ora ogni due
minuti.
Quando
scattano le 8 e lei non è ancora tra noi, provo a chiamarla a ripetizione, ma
riattacca al primo squillo. Cosa vuol dire. Cosa faccio adesso. A parte
svenire, ovviamente.
Prova
a chiamarla Luca, ma il risultato è lo stesso. Bene, vorrà dire che qui si
parte in tre. Pazienza.
In
dieci minuti, però, riesce a farci avere sue notizie su Facebook: “tra dieci
minuti arrivo, scusate.”
E
in una ventina di minuti arriva davvero, accompagnata dal padre, che mi chiede
di scrivergli ogni tanto qualche mail perché “Non mi fido di mia figlia”. Deve essere
drammatica la situazione, se preferisci fidarti di una che hai appena
incontrato. Ma ok.
Finalmente,
possiamo andare al banco del check-in. La valigia di mio fratello, chiaramente
la più pesante, passa per soli due kg. Gli è andata bene.
La
mia, invece, non capisco quale sia il problema, ma blocca la fila. Primo
attacco di panico della giornata. Non riescono a stampare l’etichetta che
servirà a farla arrivare in Giappone.
Sono
agitatissima, come se l’idea di stare 13 ore in cielo non fosse sufficiente.
Ok,
è ufficiale: le mie valigie sono già perse.
Sì,
al plurale, perché all’ultimo ho cambiato idea e ho deciso di portarmi
direttamente anche la seconda. Mi mandano a pagare per il bagaglio in eccesso.
Norma, la signorina dell’agenzia viaggi, mi aveva detto “Stai tranquilla, sul
sito dice che ti costerà 80 euro.”
E
ne pago 100. Per la sola andata. Sti grandissimi cazzi.
Però
ho imparato la lezione: parti DIRETTAMENTE con due valigie maledette, che ti
costa un quarto.
Alessia
ha avuto problemi tecnici improvvisi e, nel panico, mi chiede un assorbente.
Figliola, va bene che l’agitazione scombussola tutte quante, ma puoi partire 10
giorni e non avere con te mezzo assorbente??
Seconda
tappa bagno. Credo che ne farò almeno altre 10. Pipì da ansia.
Oh,
finalmente sono in ansia! È un buon segno. Preferisco viverla, piuttosto che
non sentire niente.
E,
stavolta, credo che si tratti di ansia vera, altrimenti non mi sarei spaventata
così tanto quando non ho trovato il mio bagaglio a mano. Per inciso, appena tre
secondi prima Luca mi aveva chiesto se poteva darmi una mano e portarselo lui.
Passiamo
ai controlli al metaldetector. Ovviamente, mi metto a suonare. Colpa delle
scarpe.
Anche
Ale suona. Colpa dell’elastico per capelli.
Anche
Luca suona. Colpa della cintura e di non so che altro, dato che lo devono
palpeggiare.
Mio
fratello, invece, tutto a posto. Nonostante i mille piercing.
Ma
lo fermano per il bagaglio a mano. A quanto pare, lo scanner scambia i nostri
libri per bombe.
E
dire che mia madre era seriamente preoccupata per il magnesio che devo bere
tutte le sere, dato che è venduto sotto forma di polverina bianca. Che ridere.
Terza
tappa bagno. E poi cerchiamo il gate. Nell’attesa della sua apertura, giochiamo
con quei proiettori che, se ci cammini sopra, fanno muovere i pesci. In
particolare, qui hanno i palloni da calcio. Che laggano come pochi.
Aperto
l’imbarco, aspettiamo fino all’ultimo a metterci in fila: tanto il nostro posto
mica scappa.
Siamo
in fondo, sulle ali. Posto centrale e finestrino. Mai che mi diano il
corridoio, comunque. Io devo alzarmi per fare la pipì!
La
partenza va piuttosto liscia, non sento niente. Sarà anche che è la prima volta
in vita mia che non volo low cost, ma non ho nemmeno mezzo capogiro.
Ma
non passa poi così tanto prima che io cambi parere. Infatti, mi sta fischiando
l’orecchio. E non quello che già mi faceva male prima di partire e per il quale
avevo una certa preoccupazione.
Ci
danno uno spuntino, una tortina e dell’acqua. La cosa che mi sconvolge di più è
che l’acqua viene servita in uno scatolino tipo quello del Danette. Ed è
conservata con l’ozono.
L’atterraggio
è un po’ più doloroso, fatto di vuoti d’aria e orecchie che fischiano.
E
(in due ore) siamo ad Amsterdam! È stato un po’ come se avessimo preso una
navetta per raggiungere l’aereo vero.
Cerchiamo
subito sul tabellone l’aereo per Osaka, e risulta “in ritardo”. La paura è
prepotente in me per la seconda volta. Non sapendo dove andare per raggiungere
le partenze, abbiamo chiesto ad una signorina del primo bar.
Mentre
mio fratello si fuma una sigaretta veloce, noi lo aspettiamo su queste panchine
a forma di tronco, sotto ad un albero finto. In sottofondo, il suono dell’acqua
e degli uccellini.
Abbiamo
due ore di scalo, e ne approfittiamo per pranzare da Burger King. Nuggets,
patatine e milkshake agli Oreo. Ciao ciao, dieta. Ci rivediamo in Italia.
Provo
ad ordinare utilizzando il numero scritto sul tabellone, ma invece di capire
Prodotto numero 8, capisce 8 hamburger. E non è proprio caso.
Come
pure non capisce che ho chiesto menù + milkshake, e non di sostituire la
bevanda compresa con il milkshake. Il mio cuore sta già soffrendo, e non siamo
ancora in Giappone.
Dopo
pranzo, mio fratello va a fare il pieno di nicotina. Dato che non fumerà per 10
ore.
10
ore nel cielo.
Scendiamo,
alla ricerca del Gate. Ma, prima, ci controllano il passaporto. Qui son super
tecnologici. Lo devi inserire in un lettore, e la tua immagine appare in uno
schermo. Una sorta di telecamera ti analizza, e ti chiede di sistemarti meglio
al centro, spostare i capelli o toglierti gli occhiali.
Tutti
passano, ma io sono ancora bloccata. Il tizio addetto ai controlli mi si
avvicina e mi prende il passaporto. Lo guarda e urla un “WOW! SEI CAMBIATA!”
E
per fortuna che al comune del mio paese mi hanno risposto “Perché lo vorresti
rifare? È evidente che sei tu quella in foto. Se non me lo dicevi, mica capivo
che hai perso 20 kg!” Grazie, stronzo.
Alessia
va liscissima. Mio fratello rimane bloccato. “Sarà che ora ho meno capelli!”
Mentre
Luca, per la macchina, non è nemmeno un cittadino europeo. Ah, la tecnologia.
Ah, il futuro.
Trovato
il Gate, mio fratello si concede l’ultima sigaretta. E io una pipì veloce.
Ci
imbarcano.
E
l’aereo…È semplicemente un gigante. Avrei dovuto aspettarmelo, ma vedere ben
tre corsie di sedili da tre posti mi ha lasciata senza parole.
Ogni
sedile, poi, ha uno schermo touch per i film, la musica e persino i giochi. Ed
io che avevo paura di non saper come riempire il tempo. In più, è compresa una
bellissima app che ti mostra dove si trova il tuo aereo in quel momento, i
punti principali di interesse, tutto il percorso e quanto tempo manca
all’atterraggio. Questo è veramente il futuro!
Manco
a dirlo, non ho minimamente sentito la partenza. Ma zero proprio. Mi metto subito
a giocare a Montezuma, uno dei giochi più belli della mia infanzia. Peccato
soltanto che il tablet sia davanti ai tuoi occhi, fisso, e oltre a farteli
bruciare ti distrugge pure il braccio. Bel casino. Ma Montezuma vale tutte le
mie lacrime.
Non
mi rendo nemmeno conto che abbiamo raggiunto la quota per cui puoi iniziare ad
alzarti e passeggiare per l’aereo. Non si sente niente. È come se, in realtà,
tu fossi fermissimo. E a terra.
Ma
capisci che ti stai muovendo perché ti accompagna un costante rumore di
sottofondo.
La
terza grande sorpresa, insieme alle dimensioni e al tablet, è il finestrino.
Non ha le tendine.
Ma
si oscura cliccando su un tastino touch, che ti permette di regolare la luce.
Ora,
io non so se sia sempre così sugli aerei costosi, ma ero così basita che non
smettevo più di rabbuiare e illuminare la situazione.
Accanto
a me è seduta una ragazza asiatica. Ma non dura molto: la hostess le chiede se
vuole sedersi da sola, più in avanti. Così, io e Alessia abbiamo più spazio.
Ci
chiedono di scegliere tra due menù, e ci portano il pranzo. …Ma noi avremmo
appena mangiato!
Fortunatamente,
mangio pochissimo. Perché è tutta roba strana e abbastanza schifosa.
Scarto
la portata principale, che credo fosse pollo, e un’insalata dal gusto strano,
tuttora non saprei dire se ci fosse o meno della frutta dentro. Accetto dei
cracker, un formaggino, del burro vegano e il dolcetto buono.
Abbiamo
un hostess giapponese dolcissima e bellissima, che risponde a tutte le domande
di Alessia e le lascia un post-it con qualche suggerimento per parlare
giapponese. Ale, infatti, sta ripassando alcune frasi chiave per muoversi là.
Speriamo sia sufficiente, dato che tutti mi hanno ripetuto fino alla nausea che
i giapponesi non sanno l’inglese.
(Seconda
frase più sentita quando ho annunciato che andavo in Giappone, battuta soltanto
da: “Ah vai in Giappone? Ti piace il sushi?? NOO?? ALLORA COSA CI VAI A
FARE??”)
Dopo
qualche ora di gioco intervallata da scrittura intervallata dai mandala (grazie
FraH), ci consegnano alcuni documenti da compilare. Si tratta di dichiarazioni
necessarie per entrare in Giappone, dove confermi di non possedere alcuni
oggetti illegali.
Si
fa buio, e le hostess spengono tutte le luci dell’aereo. Mancano ancora quasi
sette ore all’atterraggio. Proviamo a dormire un po’.
Ad
un certo punto, mi ritrovo con gli occhi aperti e con uno scatolino di acqua
nella mano destra.
“Oh,
ci hanno dato il gelato”, dice una voce maschile alle mie spalle.
“Ma
no, è acqua” gli rispondo, quando capisco che si tratta di mio fratello.
“E
il gelato.” Penso che sia pazzo, ma mi ricredo quando mi cade l’occhio sulla
mano sinistra.
Sì,
ci hanno seriamente svegliati per farci mangiare il gelato di merda.
…Buonissimo,
eh. MA STAVO DORMENDO.
Su
questo aereo devono avere una strana concezione della cortesia. Ti spengono le
luci per permetterti di dormire, ma ti svegliano a caso, per riavere una
stupida biro prestata ad Alessia.
Una
biro.
Tu
mi disturbi per una schifo di biro. Te ne compro cinque, se ti levi dal cazzo.
E se, soprattutto, eviti di buttare nella spazzatura i miei occhiali. Giuro che mi servono ancora.
E se, soprattutto, eviti di buttare nella spazzatura i miei occhiali. Giuro che mi servono ancora.
Penso
di essermi addormentata di nuovo, per non essere svegliata più da nessuno.
A
parte la mia circolazione bloccata, che mi ha fatto vedere le stelle per un
attimo. Accendo sullo schermo, curiosa di vedere quanto manchi all’atterraggio.
Due
ore. Che riempio giocando, leggendo e colorando un po’. Fino a quando il pilota
non annuncia che dobbiamo allacciare di nuovo le cinture. Stiamo atterrando.
Sono
le 8 del mattino quando ci mettiamo in fila per il controllo dei famosi
documenti che abbiamo compilato in volo. In realtà, l’omino dall’altra parte
del computer non fa altro che guardarti il passaporto e ritirare quel
foglietto. Un foglietto dove dichiari di possedere o meno certe cose anche
piuttosto pericolose. Non so che idea si siano fatti i giapponesi dei nostri
aeroporti, ma nessuno può partire con addosso certe cose. Ok che siamo meno
fiscali di tanti altri paesi, ma..Andiamo: almeno in Olanda mi avrebbero fermata!
…Forse
è proprio per questo che non danno minimamente peso a quei foglietti. È più un
“adesso hai firmato, son cazzi tuoi”. Credo.
Dopo
di che, si passa ad un banco, dove un addetto della sicurezza controlla il
bagaglio a mano. Va mio fratello, e questo ovviamente gli parla solo in
giapponese. Mi chiama subito, e come prima cosa lo avviso che son con lui e che
non sa parlare nemmeno in inglese. Cosa che condivide con l’addetto, a quanto
pare. Si comunica a gesti, conditi ogni tanto con qualche parola. Vuole sapere
se ha delle sigarette, e Luca conferma. Il tizio gli mostra la foto di un pezzo
di fumo, e lui dice “Nono, solo sigarette! Marlboro!”
“Oh,
Maruboro. Maruboro. Sugoi.” Sapevo già che mio fratello se la sarebbe cavata
pure senza di noi che parliamo inglese, altro che giapponese. Bravo.
Dopo
aver riso un po’ con questo omino incredibilmente alto, andiamo verso l’uscita,
alla ricerca della fermata del treno che ci porterà in centro a Kyoto.
Incastriamo
le valigie nell’apposito vano, un po’ come è stato per il viaggio
Milano-Parigi. Con la sola differenza che qui siamo stati aiutati.
Il
viaggio dura un’oretta, ma non lo sento per niente. Non quando ho così tante
cose da vedere, dal finestrino.
La
prima cosa che noto: i ciliegi.
Sì,
sono venuta in questo periodo proprio per i ciliegi, e quindi è OVVIO che siano
in fiore.
Ma
vederli dal vivo -anche se su di un treno in corsa-, dopo averli sognati per
anni, è un’esperienza talmente forte che, per me, la vacanza è già bella che
riuscita.
Volevo
vedere i ciliegi. Volevo ammirare quell’esplosione di rosa. Ed è già successo.
Non
credevo che realizzare questo sogno sarebbe stato così facile, e sono così
emozionata che non riesco a non urlare ad ogni esemplare che passa frenetico.
E
sono davvero parecchi. Ovunque. Ogni albero è un urletto. Chiedo perdono.
Poi,
arriva un controllore e noi, prontamente, mostriamo il nostro biglietto. Ma
questo non se ne va, e parla. Ci dice..Cose.
“Oddio,
parla giapponese”. Sono più che sicura di averlo pensato. Non so perché mi sorprenda
sempre così tanto andare in un paese e sentire la gente di lì parlare la sua
cazzo di lingua cioè che problemi mi affliggono. Però mi sorprende sempre. È
affascinante.
Subito
ci voltiamo verso Alessia, la nostra traduttrice personale.
…Ma
non sta capendo assolutamente nulla. Buono così. Lo guardiamo, interdetti. Lui
continua a indicarci il biglietto, con una calma quasi trascendentale. Credo
che abbia ripetuto almeno cinque volte la stessa cosa, ma non vedo mezzo cenno
di nervoso sul suo volto. Io mi sarei già incazzata alla seconda volta, per
dire.
Al
che, interviene un ragazzo seduto accanto a noi. “Dice che dovete pagare un po’
di più. È normale.”
Benissimo.
Quindi, accanto a noi, c’è sempre stato un italiano.
Che, quindi, ha capito tutti i nostri commenti ignoranti a tutto quello che stavamo vedendo, a partire dal “oddio ma giocano tutti a baseball”, passando per il “guarda quelle case strane sìsì fanno proprio Giappone” e concludendo con un bel “ma hanno tutti un orticello?”. Buono così.
Che, quindi, ha capito tutti i nostri commenti ignoranti a tutto quello che stavamo vedendo, a partire dal “oddio ma giocano tutti a baseball”, passando per il “guarda quelle case strane sìsì fanno proprio Giappone” e concludendo con un bel “ma hanno tutti un orticello?”. Buono così.
Arrivati
in stazione, non siamo ancora scesi dal treno che veniamo investiti da un’orda
di persone che si muove uniformemente verso l’uscita, in rigorosa fila.
“Se
vai in Giappone, preparati a stare
sempre in fila, per qualsiasi cosa”. Ho già avuto la prova che
quest’affermazione non sia poi così tanto esagerata.
Usciti
dalla stazione, veniamo a conoscenza di una cosa che è destinata a segnare la
nostra vacanza.
I
Giapponesi non fumano. O meglio, non tranquillamente. Non ovunque. Non per
strada.
Possono
farlo solo in alcuni punti specifici. Nelle fantomatiche Smoking Area.
Credo
che mio fratello non abbia compreso appieno la situazione. È piuttosto
positivo, al momento.
Mentre
fuma, in questo gabbiotto pieno di persone, io mi guardo un po’ intorno.
E
non ne vedo altri. Nemmeno piccoli piccoli, in lontananza.
Ho
il vago sentore che “Smoking” e “Area” saranno le parole che utilizzerò di più
in assoluto.
Vaghiamo
alla ricerca del taxi che ci accompagnerà fino al nostro hotel. Dista massimo
una decina di minuti in auto, e non è proprio caso di farli a piedi, con le
valigie che ci ritroviamo.
Scatto
la prima foto dell’arrivo a questo hotel con una torre gigante rossa e, appena
mio fratello ha finito la meritatissima sigaretta post-10oreinvolo, ci
scattiamo un selfie. È ora che tutto il mondo sappia che siamo giunti a Kyoto!
Devo
dire che ero molto preoccupata per queste 10 ore di volo. Pensavo che sarei
scesa veramente rincoglionita e che il primo giorno sarebbe stato praticamente
sprecatissimo, in quanto avremmo dovuto trascinare in qualche modo i nostri
mollicci corpi da zombie in giro per la città, senza goderci minimamente ciò
che ci circondava.
Mi
sbagliavo. Che siano state le ore di sonno accumulate (seppur poche, non
credevo che sarei riuscita a dormire), o che sia soltanto l’adrenalina, sono
pronta per correre e fotografare qualsiasi cosa.
Perché,
finalmente, io sono in Giappone. Non mi sembra ancora vero.
Noto
che ci sono molte persone in fila vicino alle varie fermate dei bus, come pure
sono in fila per salire sul taxi. Sembrerà una piccolezza, ma devo ammettere di
essere particolarmente stupita.
Ci
accodiamo pure noi e, arrivato il nostro turno, un’anziana signora ci chiede a
gesti quanti siamo. Notando le valigie, ci divide su due taxi. Le cui portiere
si aprono da sole.
…BASTA,
TROPPO FUTURO TUTTO INSIEME IO NON ERO PRONTA.
Ho
giusto il tempo di vedere mio fratello che discute con il loro tassista, che
siamo partiti.
Come
per il treno, mi risulta impossibile scollare gli occhi dal finestrino. È tutto…Nuovo.
E io devo guardare ovunque.
Siamo
qui da pochi minuti, ma la prima impressione che ho è quella di trovarmi in una qualsiasi metropoli
occidentale, fatta di palazzoni e di traffico.
Fino
a che non giriamo l’angolo e Kyoto ci sbatte in faccia il primo di una serie
infinita di grandiosi templi. Il fiato mi si mozza in gola. Riesco soltanto a
dire “wow”.
Ok,
ora sì che siamo veramente in Giappone.
Ci
infiliamo in piccole strade a senso unico, fatte di negozietti e piccole
abitazioni tutte uguali.
Poi,
parcheggiamo e ci riuniamo ai nostri compagni di viaggio. Scopro che mio
fratello stava discutendo col tassista perché questi aveva preso come un’offesa
il desiderio di Luca di aiutarlo a riporre le valigie nel bagagliaio. Sono
veramente incredibili.
L’entrata
dell’hotel è incredibilmente scenica, un’aria di tradizione che in realtà cela
una struttura super moderna al suo interno. Raggiungiamo subito il desk e
chiedo per la mia prenotazione. A nome di “Berotti Sala-Sama”.
La
signorina incredibilmente sorridente inserisce i dati, cerca, cerca, cambia
espressione del viso, cerca, CERCA. Inizio sinceramente a preoccuparmi.
Mi
chiede nuovamente il mio nome, e io le mostro il documento della prenotazione.
Lo guarda, lo fa vedere alla sua collega, ricercano nel pc, si dicono cose a
voce molto bassa. Tranquille, tanto non vi capiremmo comunque. Ok, siamo
ufficialmente senza un tetto. Mi uccido.
Poi,
fanno un giro di chiamate. Alla terza, sembra essere molto felice.
…Suppongo
che siamo nella sede sbagliata.
“Siete
nell’hotel sbagliato.” Come volevasi dimostrare. E ci segna sulla mappa la
strada da fare per trovare la sede giusta. Saranno solo 5 minuti a piedi, ma
diventano 10 quando sei carico come un mulo. Prima di andarcene, ci consegnano
una busta: sono le nostre magiche sim giapponesi, che ci salveranno sicuramente
la vita.
Fa
caldino. Mi son portata il mio armadio abituale, adatto vagamente alla mezza
stagione. Non che io abbia un armadio adatto ad altre stagioni, in realtà. Devo
ancora procurarmi qualcosa di estivo.
Comunque.
Sembra che siamo arrivati alla sede giusta. Se la camera non c’è nemmeno qui,
mi butto sul serio. Dopo aver insultato Norma, ovviamente.
Entriamo.
Pure questo è parecchio chic, anche se devo dire che quell’altro era davvero
più scenico. Peccato.
Vado
subito al banco e mi accoglie un giapponese dall’inglese perfetto. Beh, giusto
perché siamo in hotel, no? I giapponesi non sanno l’inglese. Me l’hanno
ripetuto TUTTE le persone che ci son state.
Le
camere esistono, e io posso tornare a respirare. È mezzogiorno, e non ci
possiamo entrare fino alle 14. Lasciamo i nostri bagagli e ci sediamo sulle
panche per cambiare le sim dei nostri telefoni. Io senza Google Maps non vado
da nessuna parte, che sia chiaro.
Luca
non può testare la sua perché si è dimenticato l’affarino per aprire lo
sportellino del suo telefono cinese. Quindi, io son la prima a rischiare la
sorte. E, con somma sorpresa, bastano due minuti prima che il mio telefono
inizi a ricevere notifiche. Funziona davvero! Con soli 20 euro avremo internet
per tutta la vacanza, illimitato! …The future.
Passo
l’affarino a mio fratello, che mette la sim nel suo iPhone ultima generazione.
E
non va. Diventiamo matti a capire quale sia il problema. Su internet leggiamo
che effettivamente l’iPhone potrebbe dare problemi, e seguiamo la procedura
indicata per risolverli. Ma niente. Non va. Luca inizia a disperarsi, e si
chiede se magari la sua non fosse difettosa. Così, facciamo a cambio. Ma nel
mio telefono funziona subito. Cosa ancora più sorprendente, la mia sul suo va. Non
mi è molto chiaro per quale prodigio, ma problema risolto.
Fatto
ciò, usciamo per esplorare la zona. E magari mettere qualcosa sotto i denti.
Non ho famissima, non riuscirei a tollerare un vero pranzo. Non sarò distrutta
dal viaggio, ma il mio orologio biologico lo è sicuramente. Entriamo in una
brutta copia di StarBucks, mio fratello ha voglia di caffè.
E
qui facciamo la seconda scoperta che gli rovinerà la vacanza definitivamente:
non solo non potrà fumare dove vuole, ma non potrà nemmeno godersi un buon
caffè.
I
giapponesi bevono acqua sporca. In bicchieroni enormi. Nonostante le locandine
spaccino foto di espressi in tazzina degni di un qualsiasi bar italiano. Questa
è pubblicità ingannevole, e noi siamo stati ingannati. Io mi son presa dei
biscottini con una spirale di pasta più scura. Molto carini eh, ma perché nella
confezione c’è un pacchettino di silicagel?!
Quando
la mia famiglia importa della merce deve dichiarare che il tal materiale è
ASSOLUTAMENTE assente. E voi giapponesi lo mettete direttamente nel cibo??
…Credo
che morirò, ma inizio a sentire famina.
Verso
le 14 torniamo in hotel. Ora possiamo finalmente vedere le nostre camere. Ci
danno due tessere per camera, necessarie sia per aprire la porta che per
utilizzare l’ascensore. Le nostre camere sono vicine, per fortuna. Non vorrei
mai che fossero isolate come mi capitò nel centro dei frati che ci ospitò per
il Romics (storia molto interessante, ma che per via dello hiatus non ho avuto
modo di raccontare ops).
Lasciamo
i nostri bagagli e ci rilassiamo un attimo. Ma non troppo. Io avevo contato di
sfruttare al meglio ogni singolo minuto di questo primo giorno, e abbiamo già
accumulato sufficiente ritardo.
Così,
usciamo e ci dirigiamo a piedi verso la nostra prima meta. Utilizzando Google
Maps dal cellulare di Luca che, nel frattempo, era riuscito a costruirsi un
rudimentale affarino per aprire lo sportello del suo cinesissimo cellulare.
Solo
15 minuti a piedi ci separano dal secondo “wow” della giornata. Abbiamo visto
soltanto un muro altissimo e quella che potremmo definire una torre del
castello, ma siamo già profondamente stupiti. Il Nijou Castle ci accoglie con
una prepotente facciata di impalcature per la ristrutturazione. Alle 17
chiuderà, e alle 16 non è più possibile acquistare il biglietto. Ce la facciamo
a pelo. Dovremmo tenere a mente questo dettaglio.
Ovviamente,
la struttura del castello è già più che sufficiente per farmi sentire traslata
in un nuovo mondo completamente diverso dal mio, ma pure vedere gente in kimono
e yukata non scherza.
So
che per loro è anormale scorgere la sorpresa nei nostri occhi, ma non riesco
proprio a smettere di guardare tutte queste giapponesine tirate a lucido,
truccate e imparruccate alla perfezione, mentre si scattano dei selfie con il
castello come sfondo e, soprattutto, con i ciliegi. Se scorgere quelle maestose
piante dal treno mi aveva tolto il respiro, averle a mezzo centimetro da me mi
ha privato dell’uso della parola. Riesco soltanto ad osservarli, ammirarli a
bocca aperta e scattare foto a ripetizione. Credo di averne come minimo un
migliaio. Tutte uguali.
Vorrei
toccare quei fiori meravigliosi, ma sono così delicati che ho paura di
spezzarli. E sarebbe davvero un peccato mortale.
Con
molta fatica, riesco ad abbandonare quelle piante, per lanciarmi in una visita
piuttosto veloce dell’interno del castello. Abbiamo l’obbligo di levarci le
scarpe, e devo dire che è veramente piacevole passeggiare a piedi nudi su
questo pavimento di legno. Mi rilassa non poco. Vale la pena di entrarci anche
solo per sentire questa sensazione straordinaria partire dalla pianta del piede
e risalire lungo la colonna vertebrale, fino ad armonizzare il tuo cervello con
il resto dell’ambiente. Che, tra l’altro, è particolarmente spoglio e
ripetitivo. Ma, posso giurarlo, non te ne può fregare di meno.
Alle
17, purtroppo, una voce in filodiffusione annuncia che è ora di abbandonare il
castello.
Ci
dirigiamo verso il nostro hotel, prendendo una strada differente. E troviamo
questa viuzza un po’ nascosta piena di ristorantini tipici, dove torneremo più
tardi per la cena.
Rientrati
in hotel, mi regalo una meritatissima doccia, che lava via la totalmente
ignorata stanchezza per il viaggio. Non me ne rendo nemmeno conto, ma avevo veramente
bisogno di ricaricare le batterie. Sono rinata.
Usciamo
verso le 20 e raggiungiamo quella viuzza, scoprendo che i giapponesi a quest’ora
non escono per mangiare. Tutti i negozi sono chiusi o in via di chiusura, a
parte due o tre, davanti ai quali c’è una fila infinita di persone. Benissimo:
non ceneremo mai.
Proseguiamo
lungo la via, sempre più demoralizzati. Fino a che troviamo un ristorante
piccolissimo, che sembra essere ancora aperto, e senza nessuno ad attendere
fuori. Si mangia!
Certo,
avremmo dovuto fermarci a riflettere bene sulla situazione: ci sarà un motivo
se non c’è nessuno ad aspettare in fila, nonostante questo sia uno dei pochi
locali ancora aperti. Ma, al momento, non ci interessa: vogliamo soltanto
sederci e mangiare.
Siamo
gli unici clienti, insieme ad una coppia. Ordinare la cena è stato più
difficile del previsto: la cameriera sembra non capire minimamente le parole di
Alessia. Nemmeno con l’inglese riusciamo a risolvere il problema. Eppure io voglio
soltanto che nel mio Okonomiyaki non ci fosse della carne. Non è difficile. Non
sto capendo se non capiscono la nostra lingua o se semplicemente sono talmente
abituati a vivere standard che sono confusi dalla richiesta di una qualsiasi
modifica.
Non
lo so. So soltanto che ci vogliono 20 minuti per ordinare e un’ora e mezza per
avere il nostro cibo.
…Che
buttiamo via. Fa veramente schifo. Io ci provo a mangiarlo, e alla prima
forchettata sembra quasi decente. Ma giunta alla seconda, mi viene la nausea e
ci rinuncio. L’unica che sembra disposta a mangiare è Alessia. Noi siamo
veramente super delusi.
Ho
provato a non fare la solita italianotta del “l’unico cibo che merita di essere
mangiato è il nostro”, ma penso che non sprecherò mai più mezzo yen per del cibo che butterò. Lo giuro.
Questa
prima cena ha già confermato il maggiore dei miei timori: il cibo sarà davvero
un enorme problema per questa vacanza.
Sconsolati
e ancora affamati, ce ne torniamo verso l’hotel. Notiamo un Mc, che è
fortunatamente ancora aperto, e ci compriamo qualcosa per riempire quel buco
allo stomaco.
Questa
prima giornata non è stata delle migliori. Domani potrà solo che migliorare.
E
ce ne torniamo in hotel, cullati dal suono che farà da colonna sonora all’intero
viaggio: il bip del semaforo verde.
Buona
notte, Kyoto.
