Shu From Mars
LOE: Dusseldorf Attack!! (Aka:non sono una leggenda metropolitana la Shu mi stava scrivendo davvero)
Unknown, mercoledì 25 giugno 2014, 0 comments

“Non so nemmeno che giorno sia. Né perché io sia uscita dal mio letto. Né perché io sia seriamente tornata in ufficio. Il mio cellulare dice che è il 7. Quattro giorni dopo il concerto”.
Così, praticamente due mesi fa, iniziavo la mia pagina di diario dedicata al LOE:Dusseldorf attack!.
Mi sentivo tremendamente persa e vuota. E la cosa mi spaventava da morire.
Sono tantissime le cose che devo dire. Ed è un mese che provo a metterle nero su bianco.
Ma, appena impugnavo la mia biro, mi inventavo mille modi diversi per non farlo.
Tipo giocare con le inutili applicazioni di Facebook. O leggere scenari.
E così, ridendo e cazzeggiando, è già passato più di un mese.
Oggi voglio provare a raccontare tutto. Una sfida a me stessa.
Vediamo se trovo le parole giuste. E la forza per digitarle.

Giovedì 1 Maggio.
Sono le 13 e io sto preparando la valigia. Come se non dovessi uscire di casa alle 15 e 20, tipo.
Devo aver appena realizzato che il conto alla rovescia per la partenza sta per finire.
La mia valigia è gonfissima, che ansia. Sicuro me la bloccano in aeroporto. E dire che ho solo un cambio d’abito. E il pigiama di Hello Kitty. E il cuscino con la P fucsia.
Sono le 15, e io mi ricordo che il lightstick era difettoso e non lo avevo mai incollato. In fondo, c’era così tanto tempo per farlo!
L’ho portato a mamma, che era più in ansia di me.
“Hai la felpa?”
“Sì”
“Le magliette?”
“Sì”
“ODDIO SARA IL CONIGLIO VERDE!!”
“Mamy, l’hai appena incollato tu.”
“…Ah già è vero ce l’ho io.” La tenerezza.
Si son fatte le 15 e 20 e noi dobbiamo partire, dirette a casa della Deb. Salgo in auto e attacco subito il mio iPod, per ascoltare i B.A.P .
Dopo Angel e I Remember, passo a Mengoni.
“Perché?” Mi chiede mamma.
“Non ci riesco.” Ho un groppone in gola. Non sono pronta.
Siamo in superstrada, quando mi arriva un messaggio della Deb. -So che sei già partita, ma tu dove lo metti il Matoki?- Non sono l’unica ad aver fatto la valigia all’ultimo, quindi.
Siamo a Zanica in 40 minuti. Sorprendentemente, riconosco la casa della Deb. (..Ehi, ci son stata solo una volta, non è così ovvio per me.)
-Deb, scendi a prendermi-
-Sono in pigiama!-
-PER SHU OPPA, DOVRESTI SCENDERE ANCHE NUDA-
Deb ci raggiunge e mamma mi abbraccia, piangendo. Mamy, torno. Davvero.
In che stato, non lo so. Però torno.
…Credo.
Saliamo in casa e il fratellino di Deb, Luca, mi salta in braccio. Quanto è tenero.
Ci ha raggiunte anche Gre. Dovevamo vederci il LOE 2013 (giusto per iniziare fin da subito a farci del male), ma la Playstation si è rifiutata in tutti i modi di leggerlo.
Forse ci vuole bene, chissà.
Abbiamo riempito il pomeriggio guardando video stupidi su Youtube (figurati se non mi risparavo Carmageddon Reincarnation), fatto il check in online e riso come deficienti. Per qualsiasi cosa.
Il tempo è letteralmente volato, e ci siamo trovati a tavola, a parlare di musica con il padre di Debby.
Credo di essere l’unica ragazza al mondo ad avere un padre che odia la musica.
…Credo che mio padre sia l’unica persona al mondo a odiare la musica, effettivamente.
Mi sono incantata nel sentirlo parlare di musica, e con quale passione, poi!
Se penso che mio padre, appena sale in auto, manco è partito e già ha spento la radio, mi viene la depressione. Che invidia.
(Comunque, son sempre più convinta di essere stata adottata perché altrimenti non si spiega).
Ci ha parlato della musica rap delle origini, facendoci sentire qualche pezzo.
Poi, all’improvviso..
Have you seen that girl?!
Scattiamo tutte e tre nello stesso momento e “YEAH SHE KNOW SHE BACK!”
Un secondo prima, eravamo sedute, tranquille e rilassate, il secondo dopo scattiamo in avanti e cantiamo euforiche, con il batticuore. Eppure, non è ancora abbastanza reale per essere vero.
“Hai i B.A.P sul cellulare?!”
“Alcune canzoni sono carine!” Voglio un papà così.
Gre è andata via. “Ci vediamo a un quarto alle cinque.” Sveglia impostata a un quarto alle quattro.
Per le 23, siamo a letto. Avevo sinceramente paura di non riuscire a dormire. Invece, sono crollata.

Venerdì 2 Maggio.
Scatto in piedi appena suona la sveglia. Vado subito a mettermi i vestiti per il concerto.
Perché io, questa notte, la trascorrerò in fila.
Tempesta. Arriva Deb con il cellulare in mano e “Rumor delle 4:una fan avrebbe visto, fuori da un ristorante, Daehyun che fumava”.
Siamo pronte in mezz’oretta. E veniamo assalita dal solito panico da “oddio sto dimenticando qualcosa”.
Sono le 4 e 30, e noi siamo sedute a tavola, a guardare il nulla, tese come non mai.
Ma non credo di aver ancora realizzato.
Dopo l’ennesimo controllo delle valigie, scendiamo per raggiungere Gre e suo padre. E anche con lui si parla di musica. Le ho invidiate, perché i loro genitori le hanno cresciute a pane e gioie della vita.
Siamo a Malpensa. E sento il panico montarmi dentro. Stiamo per prendere un aereo.
E non uno qualunque. L’aereo per Dusseldorf.
Entriamo e cerchiamo il Gate, finendo per girare in torno come delle pirla.
Direi che cominciamo benissimo.
Si avvicinano due ragazze. “Scusa, ma state andando al concerto dei B.A.P?”
“Chissà da cosa l’ha intuito.” In fondo, ho solo la felpa, la collana, il braccialetto, e straparlo dall’ansia.
“Te l’avevo detto!” dice, all’amica. Non ti sfugge niente.
Ci salutiamo. Tanto, ci rivediamo all’imbarco.
Flash improvviso. “Cazzo, non le ho chiesto il bias.” Mica posso fare amicizia così, senza avere questa essenziale informazione.
Riprendiamo a girare, aiutate anche dal papà di Gre. Troviamo il nostro Gate, finalmente.
Incontriamo di nuovo le ragazze, che “ehi, ciao, ma da quanto tem.”
“BIAS.” Con quale prepotenza, Shu.
“…Non lo so. Tutti.”
“Che tenera, tutti *-* …Meno uno.” Con quale autorità.
Contro ogni pronostico, la mia valigia viene accettata. Al metal detector, mi tolgono solo la felpa e la medaglietta di No Mercy, incredibilmente. L’ultima volta son rimasta mezza nuda.
Andiamo a fare colazione, giusto per poter prendere le nostre medicine.
Sento un dolorino al piede. Ahia, allarme vescica. ..E io non ho i cerotti.
Ma perché portarseli, quando hai un paio di scarpe nuove mai messe e sai che le vesciche ti vengono pure se cammini scalza, su!
Siamo in aeroporto. Insomma, al duty free vendono qualsiasi cosa, ci saranno. No?
No.
Però, se voglio, c’è un interessantissimo profumo da 60€. Magari aiuta.
Li trovo in edicola, ovviamente. Peccato non ci siano quelli solo per le vesciche.
Ma noi siamo al Gate B. E la farmacia si trova nell’A. #MaiNaGioia
Fa nulla. Mi arrangerò così.
Ridendo e scherzando, son già le 6 e 30. Ci spostiamo al piano inferiore, per aspettare di essere imbarcate. Ad attenderci, le due ragazze di prima. Nel giro di due minuti, però, il gruppo di BABY si era già allargato e chiacchierava animatamente, disturbando la quiete degli altri passeggeri.
Marty, la ragazzina del “non ho un bias mi piacciono tutti” non ha il Party Pit, ma vuole comunque fare la fila di notte. Siamo le uniche, qui.
“Avviso per i passeggeri diretti a Dusseldorf..” Sono già in piedi. Ormai, dovremmo salire.
“L’autonavetta è in ritardo.”
“Non ho capito bene.” Sto per avere un attacco di panico, e quelle puttane delle hostess ridono.
RIDONO.
Spero che l’aereo su cui salirete, cada subito. …Sempre se non è il mio, ovviamente.
Il pullmino arriva con mezz’ora di ritardo. E mi sembra di ricominciare a respirare.
Dopo un breve giro turistico, ci fermiamo di fronte a un pullmino delle gite.
Sì perché quel robino non si può chiamare AEREO.
Il corridoio sarà largo sì e no come le mie spalle no ok io ho paura.
La partenza è stata meno problematica di quel che immaginassi. Nessuno sbalzo di pressione.
Deb e Gre sono sedute dietro di me. Appena è possibile, scatto qualche foto e ascoltiamo un po’ di musica.
“Cosa vuoi sentire?”
“Non lo so, soprendimi.” E mi mette Body&Soul. Ah.
Dopo tre canzoni, Deb mi lascia l’iPod e si mette a sonnecchiare. Balzo tantissimo i B.A.P . Mi fanno male al cuore.
E mi butto su PSY Oppa. Marghe, ti penso.
La spia delle cinture già si illumina. “Siamo arrivate?!” Panico.
No, no. Son solo delle turbolenze.
…Panicox2.
Pian piano, inizia la discesa. Siamo salve, per stavolta.
Ciao, Germania. Ciao, Dusseldorf! La Shu è qui!
L’aereo appoggia le ruote, facendomi infartare.
“Applaudiamo!!”
“Deb, non ci provare nemmeno.”
Fa freddo, ma pensavo peggio. Non voglio nemmeno immaginare la notte.
I primi passi sul suolo tedesco son stati accompagnati da un sonoro “JongAAAAp!” di gruppo.
Inutile dire che si è girato tutto l’aeroporto.
Non mi va internet. E dire che son andata di corsa dalla Vodafone a controllare se si era attivata la promozione. Come vivo senza internet. Come supero la notte senza twittare.
Dopo qualche minuto di pura disperazione, mi arrivano le prime notifiche. Bene. La Shu non è completamente fuori dal mondo. Posso respirare.
Scrivo a mamma per farle sapere che son sopravvissuta. Vago alla ricerca di Dee, Sam e Anto, che mi accolgono raccontandomi le prime di una serie infinite di sfighe colossali.
(Ragazze, seriamente, io ancora sto male per voi. Non è possibile.)
Decidiamo di vederci al Mitsubishi, subito dopo il check-in in ostello. Vogliamo arrivarci a tutti i costi prendendo la metro, invano. Giriamo avanti e indietro per l’aeroporto un’infinità di volte, per la gioia della mia giga vescica. All’ennesimo giro, in capacissime di trovare la via, me ne esco con un “VI PREGO PRENDIAMO IL TAXI”.
Ricontrolliamo mille volte se l’indirizzo è giusto. Ma non siamo mica in ansia, qui.
Poi, la macchina rallenta. Abbiamo raggiunto la destinazione. O, così, dice il navigatore.
Ma del BB neanche l’ombra. Panicox3.
Invechie, il burlone era nascosto da un altro edificio. Appena lo scorgiamo, urliamo “SIAMO NEL POSTO GIUSTO!!”. Sì, ogni cosa era in grado di farci infartare.
Il tipo alla reception non doveva parlare un tedesco molto buono, perché Gre non fa altro che assumere un’espressione imbarazzata e ripetere sempre la stessa frase, che intuisco sia un “può ripetere, per favore?”
Non conosco mezza parola in tedesco, ma le espressioni facciali e il linguaggio del corpo mi permettono di seguire tutta la discussione. Un ottimo esercizio, davvero.
Paghiamo, prendiamo il codice per aprire la porta e andiamo nella nostra stanzetta. Facciamo qualche foto ricordo e ci prepariamo, per partire alla ricerca del Mitsubishi.
Devo andarci il prima possibile. Ho bisogno di vederlo. Di toccare le transenne. Di realizzare.
Chiediamo indicazioni per la metro e ci incamminiamo, un po’ perplesse. Nessuna si fida di quell’uomo dal tedesco sospetto. Fermiamo chiunque passi per strada.
I semafori tedeschi sono bellissimi. Sbuca il giallo anche quando sta per diventare verde.
Passiamo accanto ad un edificio che ha una faccia di scimmia come parete.
“Ragazze, se dovessero postare una foto vicino a qualcosa che ho visto anche io, e non li ho incontrati, io mi sparo.” …Umm, forse dovrei andare a spararmi, effettivamente.
Troviamo la metro, finalmente. Raggiungiamo la fermata, anche se non siamo totalmente convinte di essere nel posto giusto. Non si capisce niente. E io mi lamentavo di quella di Milano.
Sti tedeschi sono avanti anni luce se hanno le macchinette per fare i biglietti direttamente in fermata. Oppure, sono dei gran pesa culo.
Riusciamo a stampare due biglietti, ma al terzo la macchinetta si blocca. Panico. La metro arriverà in meno di dieci minuti. Deb parte di corsa, alla ricerca di un’altra macchinetta funzionante. Panicox4.
La macchinetta ricomincia a funzionare, ma di Deb manco l’ombra. Ci si avvicina un nonnino, probabilmente attirato dalla nostra preoccupazione.
Gre e il signore iniziano a conversare in tedesco, e per la seconda volta riesco a seguire tutto il discorso. È stato davvero illuminante, per me. Chissà, forse vedere fino alla nausea Lie To Me e leggere solo libri di psicologia/linguaggio non verbale ha fruttato qualcosa.
Gre gli ha spiegato la nostra situazione. Lui ha voluto sapere da dove venissimo e, appena ha sentito “Italia” si è emozionato un sacco. Solo noi italiani schifiamo l’Italia, non lo trovate paradossale?
“È la vostra prima volta in Germania?”
“No, io ho lavorato a Francoforte per un po’. Per lei, sì, è la prima volta.”
“Siete qui per fare shopping?”
“No, per un concerto!” Quella parola non fa bene al mio cuore, chiaramente. Lo sento pesantissimo. 
Deb ci raggiunge. Manca un minuto, ma lei non ha il biglietto. Anche l’altra macchinetta si è bloccata. In un secondo, lo fa alla prima macchinetta. Quella che, bloccandosi, ci aveva fatte notare dal signore anziano.
Il treno arriva, saliamo, e io vengo colta da un’illuminazione.
“Sto per dire un’ovvietà, ma devo condividerla con voi se no non riesco a credere che sia vero.” Mi fissano, incuriosite. “Vi rendete conto che siamo nello stesso paese in cui ci sono Loro?”
Vi sembrerà una cazzata, soprattutto a chi non segue minimamente queste cose. Eppure, in quel momento, mi è sembrato incredibilmente straordinario.
Vi dirò, lo sembra anche ora. In fondo, loro sono sempre così lontani, irraggiungibili, dall’altra parte del mondo, oltre lo schermo di questo stupido PC.
E ora sono qui. Nella stessa città che sto girando su questo treno. Pazzesco.
(Sento già l’eco dei “bimbiminkia!!”, “e poi sfottevi le Directioner!”. Ma frega cazzi. Lo penso davvero.)
Non so quando, o SE, ricapiterà ancora. Perciò, assaporo quest’emozione il più possibile.
Mi scrivono le altre, per avvisarmi che al Mitsubishi ci son già più di quaranta persone in fila. E mi vien la depressione. Sono tantissime. E noi volevamo metterci in fila a mezzanotte, capito.
Scendiamo alla stazione centrale e ci incamminiamo, alla ricerca della direzione per il Mitsubishi.
È in quel momento che, dietro di me, sento urlare “ITALIEN, ITALIEEEEN!!”
Mi volto, ignorando la Deb che tira dritta, imperterrita. Sono sicurissima che quelle urla siano per noi.
Infatti, è il nonnino di prima. Ci fa segno di tornare sul treno perché è quello giusto. Non c’è bisogno di cambiare. Salgo, convintissima. Ma tutta la mia sicurezza svanisce in tre secondi.
In fondo, io non so mica il tedesco. E se ho frainteso? Gre conferma che è il treno giusto e in due fermate dovremmo esserci. Ma siamo comunque preoccupate.
Dopo due fermate, scendiamo. Guardiamo subito a destra. Un muro tutto graffittato.
“Dove cazzo ci ha mandate.”
“Sì, ma..Il Mitsubishi, dove..” ci giriamo a sinistra, nell’istante in cui un treno che bloccava la visuale sta partendo.
E urliamo istericamente.
Lo fissiamo per qualche secondo, incredule.
Io credo molto nel Destino e nei suoi segni. E son convintissima che quella macchinetta che si è bloccata sia uno di loro. Senza, quel signore non ci avrebbe mai avvicinate. E non avremmo mai trovato il posto così facilmente, se lui non ci avesse obbligate a tornare sul treno. Perché, come abbiamo scoperto in seguito, dalla stazione centrale non era così semplice trovare la fermata.
“Ragazze, quel signore è ufficialmente il mio Ultimate Bias.”
Mi incammino, anche se son già demotivata all’idea di avere 46 persone davanti a me. Alle 13 del Venerdì. Mi metto a correre, appena noto le ragazze già sedute a terra a prendere freddo.
Trovo Dee, Anto e Sam, che mi mandano subito dalla ragazza che mette i numeri. Nel giro di tre secondi, ho un bel 47 che mi campeggia sul braccio.
“Ragazze, con questo numero quanto indietro saremo?” dico, delusa.
“Indietro? Ma sei scema?! Abbiamo la prima fila!” Ora che ci penso, era scontato. Non so perché, ma mi ero convinta di dover avere per forza un numero tra 1 e 10. Che idiota.
Io sono il 47. È mio. Nessuno me lo può rubare.
Si tratta di una numerazione provvisoria, non ufficiale. Un modo per aiutarci tra pazze che trascorreremo la notte all’agghiaccio. Dato che le “ragazze ufficiali” arriveranno soltanto il Sabato, a mattino inoltrato. E noi ci faremo trovare in fila secondo questa numerazione. Meglio di così non ci si poteva organizzare, seriamente. Bravissime, vi amo già.
Io, Deb e Gre dobbiamo ancora pranzare. Ora che ho il mio numero, posso andare dove vi pare. L’importante, però, è che io torni per il primo controllo del numero. Sam mi dà 20€.
“Compra altro cibo, per la notte.” Comprerò puttanate a non finire, non preoccupatevi.
Provo ancora a convincere Deb e Gre a restare la notte. Son sicura che sarà bellissimo.
Ma, purtroppo, non ci riesco. Che peccato.
Pranziamo al Mc (già mi sento in colpa,ma quanto sono buone le patatine fritte, soprattutto se non le mangi da una cosa come quattro anni), compriamo acqua e cioccolato per la fila, andiamo in bagno e cerchiamo la fermata per il Mitsubishi. Perdendoci tantissimo.
“Cristo quanto amo quel nonnino, ragazze.” Me l’ha mandato la Madonna quando sono andata a Messa per il Party Pit. Ne sono sicura.
Dopo non so quanto, riusciamo a ritrovare la via. Solo che la fermata non è la stessa di prima. Ci sentiamo un po’ sperdute, quando usciamo dalla metro e saliamo le scale.
“MA DOVE È IL MISTUBISHI?!” Passa un tizio e ci indica davanti a noi. Dio, ma sti tedeschi sono davvero l’amore. Tra un po’ fanno a botte per poterti aiutare. Allucinante.
Deb e Gre mi abbandonano. Ed inizia la vera fila.
Dee,Sam e Anto si spostano con un gruppetto di ragazze per andare a comprare delle coperte di pile. Do dei soldi anche io. Inizio a temere che il mio kigurumi non sia sufficiente, per questo freddo.
Così, rimango sola, in mezzo a ragazze di tutta Europa. Alla mia destra, tre ragazze stanno ascoltando la musica. Ci sono i B.A.P, ma anche i BTS e gli EXO. Faccio una foto panoramica della fila, da postare su Facebook.
Alcune stanno già preparando il giaciglio per la notte, appallottolate nelle coperte di pile.
Mi urta tantissimo vedere gente con felpe/magliette di altri gruppi, soprattutto EXO. Spero sia solo la tenuta da notte, sinceramente.
A qualche metro da me, vedo Marty, la ragazza dell’aeroporto. Sta parlando con altre tre ragazze. Ma, da dove mi trovo, non capisco se stiano parlando italiano o inglese.
Mi avvicino, circospetta. Mi fissano. Né io né loro diciamo una parola. Scommetto che si stanno chiedendo che lingua parlo. Ma nessuno ha il coraggio di dire qualcosa.
Basterebbe una qualsiasi frase. E il problema sarebbe risolto. Così..
“Guarda Marty che bella questa foto!”
“AH MA SEI ITALIANA” L’avevo detto.
Adoro i concerti. Basta un nulla, e sei già amica di tutti. La magia della musica.
Dee, Anto e Sam, nel frattempo, son tornate con le coperte. E mi hanno trovata nel mezzo di un gruppetto di ragazze, a fare casino come al solito. Io mi son presa la copertina rosa, perché ho 5 anni e sono una principessa.
“Devo andare via un attimo ma, ti prego, aspettami! Non dire niente! Mi fai morire!!”
Ok, allora riposerò un momentino la voce. Perché mi si sta scaricando già, e siamo solo alle 16.
Del giorno prima del concerto.
È un po’ presto per rimanere senza voce, non credi?
Io non lo faccio apposta a stare al centro dell’attenzione, lo giuro. È che più mi agito, e più parlo, più parlo, più dico boiate, più dico boiate, e più la gente ride. E io mi sento autorizzata a dire ancora più boiate. Scusate, tizie straniere che ci avete chiesto di stare zitte. Non avete idea di chi avete davanti. Zitta, la Shu?
Fa sempre più freddo. Tira un’ariettina niente male. Sopportabile. Ma ho paura della notte.
Comincia a piovigginare. Ci spostiamo sotto alla tettoia. Le italiane formano un cerchio piuttosto rumoroso, vicino al nido di piumini e cuscini (rubati in hotel) delle danesi.
Mi cade l’occhio sui miei bellissimi pantaloni neri..E sono pieni di pallettine rosa.
PELUCCHI.
Ho paura di vedere la felpa. Mi tolgo la coperta e urlo.
SONO TUTTA ROSA. E io ci devo fare il concerto, così! Bestemmie a non finire.
Una delle danesi mi guarda e ride. Il 6 sul collo è stato colui che ci ha fatto rompere il ghiaccio.
“Oh, ma quel sei..”
“Bleach, sì.”
“ODDIO LO AMO!!”
Poi, ci ha chiesto un giro di nomi e di Bias.
“E il tuo?”
“Yongguk”
“…No.” E si è messa a ridere di nuovo.
Momento di vuoto. Il silenzio non mi piace. Così, ho chiesto alle ragazze se volevano vedersi le mie macros. Marty ride per ogni immagine, attirando l’attenzione di tutte le italiane e, in seguito, anche della danese. Che vuole subito capire per cosa stiamo ridendo. Essendo le mie macros quasi tutte in italiano(“Tanto non te lo do” suona così bene, in italiano!), gliele dobbiamo tradurre. E questa ride tantissimo. Mentre le sue amiche ci danno le spalle, quasi sconvolte. Scusa eh se sono sboccata eh scusa scusa.
E niente, mi son fatta conoscere anche in Danimarca. Benissimo.
Abbiamo finito di parlare delle mie macros zozze. Non stiamo più parlando di quello.
Ma, sì sa, noi italiani tendiamo a gesticolare tantissimo, quando parliamo.
Non ricordo di cosa si stesse parlando. So solo che Je aveva le mani aperte e le alzava e abbassava, insieme, in maniera perpendicolare al terreno. (Scusate è più facile a gesti che non a parole.)
La danese l’ha vista, è scattata a sedere e urla, sconvolta, aprendo le mani come Je “THIS SIZE?!”
Credo di non aver mai riso così tanto in vita mia.
E noi eravamo tipo “No no, non stavamo parlando di quello!” …Per una volta.
Il mio stoico “frega niente, io mi terrò la pipì fino alla fine del concerto!!” va a farsi benedire appena viene organizzato il primo gruppo per andare in bagno. Per il bagno, bisognava tornare alla stazione centrale. Non era poi così tanto fastidioso, se si pensa che io ero sinceramente convinta che non avrei potuto vedere un bagno fino a dopo il concerto. Ok, la metro è un sacco incasinata, soprattutto per una con il mio senso dell’orientamento.
Al ritorno dal primo viaggio al bagno, ci hanno controllato per la prima volta i numerini. All’inizio, c’era un po’ di difficoltà di comunicazione. Le ragazze parlavano per minuti interi solo in tedesco, nonostante la maggior parte di noi non fosse tedesca. Mi son ritrovata a fare da traduttrice per la nostra compagnia italiana, il che mi ha fatta sentire davvero utile.
Comincio a sentire freddino. È arrivato il momento di mettersi il pigiamino di Hello Kitty!
“Andiamo al bagno!” Ma no. Proprio adesso che mi son messa sto cos-
Frega niente. Girerò per la metro di Dusseldorf in pile rosa, con codina e orecchiette.
 Anche la bella danese mora ci ha seguite al bagno. Ci ha detto che loro, certi discorsi, non li fanno mai. Certo, cade l’occhio, ma certe cose non le dicono. Effettivamente, credo che sia una prerogativa nostra. Il massimo che ho sentito in fila è stato “Mmh He’s so hot”.
Magari nella loro lingua dicono di peggio, eh.
Chissà come deve suonare bene, in tedesco, “slacciati i pantaloni e riempimi fino in gola”. Secondo me sembra una minaccia.
Che poi l’italiano è fantastico, dai. Certe cose non si possono dire in inglese.
Per esempio, la bella danese era tutta “it’s pee time!!”. Poi arrivavo io e “Madonna ladra devo pisciare.” Capite? W l’italiano.
Andando a prendere la metro, la danese mi ha avvicinata e mi ha detto “Io non capisco l’italiano, ma adoro il tuo senso dell’umorismo. Mi fai morire.” Credo di non aver mai ricevuto un complimento più bello di questo. Seriamente.
Poi mi ha presa in disparte e mi ha detto “So che Yongguk piace a tutte, ma non importa. Tanto, io, a casa, ho un uomo. Quindi..É tuo.”
“Saremo molto amiche, noi due.” E anche in Danimarca rispettano la mia autorità, yay.
Siamo state in metro persino alle 23. In Italia, mai mi sarei sognata di andarci ad un orario simile, in compagnia di sole ragazzine sconosciute. Seriamente. Ma non in Germania. Sarà stata l’euforia, o magari perché ogni due metri sbucava un poliziotto. Grandissima, Merkel. Tvb.
Ero tranquilla persino quando un gruppo di ubriachi ha cercato di abbordarci.

Sabato 3 Maggio
Verso mezzanotte fanno un altro controllo dei numeri. Quattro persone prima di noi vengono cancellate dalla lista. Una ragazzina carinissima dai lunghi capelli rossi ci dice di stare attente, perché verso le 6/7 arriveranno due pullman da Berlino. Dice di essere già pronte in fila, per le 5. Perché “sono stronze e puttane”, non guardano in faccia a nessuno. 
Poco dopo, ci ha avvicinate un’altra ragazzina, per dirci di stare sempre in gruppo, perché siamo in una zona non molto bella della città, e ci son certi tizi loschi che ci stanno tenendo d’occhio. “Se notate qualcosa, avvisateci. E noi chiameremo la polizia. Voi, comunque, fate i turni per dormire. Ci vuole sempre qualcuno sveglio”. Normalmente, mi sarei agitata tantissimo. Soprattutto, quando si sono avvicinati a parlarci. Ma non è successo.
Perché, ogni tot, un’auto della polizia veniva a sorvegliarci. Senza che nessuno l’avesse contattata.
Per non parlare dei genitori di alcune ragazzine che hanno trascorso la notte a sorvegliarci.
Dubito che mi sarei mai sentita così tranquilla a Milano.
Il momento più difficile è stato fra la mezzanotte e le quattro. Primo, la metro è chiusa. Non possiamo più andare in bagno. Non sarà facile.
Secondo, quasi tutte cedono al sonno. E la noia la fa da padrona.
Terzo, il freddo inizia a diventare pressante. La coperta di pile non basta mai.
L’improvviso calo d’energie lo scaccio con un pezzetto di cioccolato. Mi alzo, passeggio, saltello e corro. Non voglio dormire per terra. Ho paura di rincoglionirmi di più. Sono pochissime le ragazze che ancora resistono, in piedi, insieme a me.
Decido di riscaldarmi un po’ facendo qualche prova dello scatto della vita (sorprendendo tutte, tra l’altro. Ehi, guardate che anche se son grassa, sono parecchio allenata 8D).
Perché, lo so, quel 47 non mi assicura niente. All’apertura dei cancelli, ci sarà comunque la guerra per quella transenna.
Sono le 2. E, ormai, tutte stanno crollando. Eccetto alcune stronze che non hanno mai smesso di ascoltare i B.A.P . Dal pomeriggio. Cristo, mi state mettendo ansia. Spegnete quelle casse.
Ancora due ore e possiamo andare in bagno. Devo resistere, anche se mi scappa da mezzanotte.
Le famosissime “tipe ufficiali” non erano poi molto contente della nostra organizzazione. Frega cazzi, potevano venire anche loro a fare la notte. Noi, ormai, siamo una squadra. E lotteremo per mantenere il nostro posto. Perché noi alle cinque ci metteremo in fila e non ci sposteremo più fino a che non avremo il nostro numero definitivo. Il che fa slittare l’orario della pipì dalle quattro a orario da definirsi in futuro.
Sta diventando sempre più difficile. Ormai, stanno cedendo tutte. Ci siamo solo noi piccole cinque sopravvissute italiane che ancora passeggiamo, lottando contro il freddo che mi sta congelando i piedi.
Alle 3, vengono tutte svegliate per il controllo dei numeri.
Mi si avvicina la danese, che nel frattempo era andata a dormire tantissimo.
“E tu, non dormi?”
“No, non preoccuparti. Tranquilla, restiamo noi a sorvegliare. Dormi pure.”
“Grazie Q__Q” e mi abbraccia. “Ma come fai? D:”
“…Come cazzo si dice Adrenalina”
“Oh, Adrenalina! Capito!”
“BANG YONGGUK!” Così capisci ancora meglio. Come posso dormire sapendo che stasera vedrò dal vivo la mia nuova ossessione l’uomo della mia vita e realizzerò che esiste per davvero.
Dai. È impossibile.
Credo che manco al mio matrimonio sarò così emozionata. [cit.]
“Eh, nel caso..Dormi dopo..”
“Yep!”
At his place ;D” (Questa la tengo in inglese perché è bellissima.)
“Forse dormirò..Forse no 8D” E ci diamo di gomito a vicenda, come due socie delle merende.
Sono le 4. E tutta la stanchezza accumulata si fa sentire all’improvviso. Nemmeno la cioccolata è più sufficiente. No, sto cedendo. Cazzo. ..Ma cedere prima, magari? Alle quattro, proprio? Che tra un’ora vi svegliano tutte? BRAVISSIMA.
Mi sdraio a terra, avvolta dalla mia copertina e accoccolata al cuscino dalla P fucsia.
Il freddo fottuto ai piedi, però, mi tiene sveglia. Per non parlare della musica a ripetizione e del pavimento congelato. Dubito di aver dormito mezzo secondo. Perché ricordo i suoni, le parole e la sensazione del freddo. E anche di aver visto un tizio portarsi il fischietto alle labbra e di aver bestemmiato appena ci ha soffiato dentro. Sono le cinque, e dobbiamo metterci in fila.
..Sì ma con quale dolce richiamo.
Mi sono alzata a sedere. E, come per magia, mi son sentita riposatissima. Come se quel freddo pavimento fosse stato il più soffice dei materassi. Manco avessi dormito le mie preziosissime 8 ore.
Anzi, dirò di più. Appena mi alzo e mi metto in fila, e il primo raggio di sole sbucava a rischiarare timidamente la notte, ho dovuto sforzarmi per rendermi conto che, effettivamente, io mi trovavo lì già da 17 ore. Giuro, mi sembra di essere appena arrivata.
Ho già rimosso tutto. Il freddo, la noia, la fame, la stanchezza, la pipì. Tutto dimenticato.
Soprattutto la famosa pipì che dovevo fare da mezzanotte. E che si è fatta ricordare verso le 6/7.
Ci scrivono il numero definitivo. Il mio prezioso 46. Mio, mio, mio.
Io e Dee siamo scappate in metro. Visto che i controllori non si sono mai fatti vedere, decidiamo di fare le paxxerelle e di non spendere più un centesimo per il biglietto.
Ci fermano due ragazze ci dicono “noi abbiamo il 180 e Gesùincroce (non me lo ricordo ok?), voi?*-*”
“45.” “46.”
“CHE CULO.”
“Se permetti, no. Sono in fila dalle 13 di ieri.”
“..Ah” Che culo tua mamma, ok?
Tornando verso il Mitsubishi, incontriamo Deb e Gre, le uniche che ancora si son fatte il biglietto della metro. Arriva il treno, saliamo, e ci avvicinano due della sicurezza. PORCODIOILCRONTROLLORESIAMONELLAMERDADEESTOMOREN- per avvisarci di scendere e di prendere quello dopo.
Madonna. Ho perso 10 anni di vita. #sotroppotrasgre
Eccoci di nuovo al Mitsubishi. Che pullula di gente. Tutti con il Party Pit. E dire che mi aveva preoccupata il rumor “sono 500 biglietti”.
Ma figurati.
ERANO TIPO 1000.
Ora. Spiegami dove starebbe il nostro vantaggio. Mica ci stanno 1000 persone in prima fila, stronzi.
…Ma, sinceramente, frega nulla. Io ho lottato per il mio 46. Me lo merito.
Mentre eravamo al bagno, hanno sistemato le transenne. Tra il nostro posto e l’entrata ci saranno massimo tre metri. Mi sembra ancora pazzesco. Siamo così avanti. 
C’è bel tempo, ma fortunatamente non fa troppo caldo. C’è un bel venticello fresco. È il clima ideale  per farsi altre 12 ore di fila.
Accanto alla transenna, viene creato un altro corridoio parallelo. Di dubbia utilità. Non possiamo fermarci all’interno del corridoio perché i tizi della sicurezza arrivano subito a farti il culo. Senza darci nessuna spiegazione, va bene!
Sono quasi le nove, se non sbaglio, sto mettendo sotto carica il mio cellulare per essere prontissima a fare foto e video, quando mi accorgo che le nostre italiane stanno discutendo con una tizia sconosciuta. Mi spiegano che questa è arrivata bella fresca e si è messa in fila davanti, dicendo “non son potuta venire ieri a fare la notte perché mio padre è morto, ma io sto avanti.”
Sono senza parole. Non posso credere di aver seriamente sentito queste parole.
E la tizia non se ne vuole proprio andare. Ora. La notte trascorsa, ha creato una piccola famiglia, pronta a lottare con le unghie e con i denti per il bene comune.
Chi cazzo sei.
Che cazzo vuoi.
Ti devi levare.
Fingo di credere alla peggio puttanata del secolo, e le chiedo “Ma scusa, se tuo padre è morto, perché sei qui?”
…Teniamoci tutti alle sedie, perché questa è epica.
“Perché l’ultimo desiderio di mio padre era che io venissi qui, a vederli.”
Son scoppiata a ridere. Cioè, mi son immaginata questa a casa sua che “Ok, ci sarà già il pienone e io non sarò mai avanti devo trovare una soluzione ASPETTA!! Dico che papà è morto faccio pena e passo avanti SONO UN GENIOOOO!!!”. Vai convinta.
Infatti, l’abbiamo spedita in fondo alla fila. Yay.
Quelle dell’organizzazione “ufficiale” erano circa una ventina di ragazze. E solo due controllavano i nostri numerini. Le altre, cazzeggiavano bellamente, sbattendoti in faccia che loro erano ufficiali e tu no. Se non altro, sulle loro mani, campeggiavano numeri dal 200 in su. Minimo.
Trascorriamo il tempo a entrare e uscire dalla fila, sentendone tantissime perché sostiamo nel famoso corridoio di dubbia utilità.
Verso le 14 distribuiranno i CD per l’high-five. Sono così sollevata che in Germania si siano organizzati meglio rispetto all’Inghilterra.
Perdo letteralmente la cognizione del tempo. Non so che ore siano. So soltanto che tutte le ragazze attorno a me hanno iniziato a truccarsi e pettinarsi. Mentre io non ho ancora messo le lenti e sono in pigiama, spettinata e struccata. Vai così.
Esco di nuovo dalla fila e incontro Yuji. Quale sorpresa. Non la trovo mai in Italia, e la becco in Germania.
“Noi non abbiamo il VIP. Insomma, l’importante è esserci”. Non esistono queste parole nel mio database. Solo esserci? Pazza. Io devo essere lì, alla transenna. Roba che mi devono respirare addosso.
“Oh, no. Io sono qui dalle 13 di ieri.”
“Hai fatto la notte qui!? Volevamo anche noi, ma il nostro hotel era troppo bello per non dormirci!”
..La follia.
Mi metto in fila per il bagno. Non c’è più bisogno di spostarsi con la metro, per fortuna.
Vedo Dee correre tantissimo. ODDIO, mica che stanno distribuendo i CD? Panicox4.
Che si fotta la fila. Corro tantissimo anche io. Per poi scoprire che stavano soltanto regalando le photocard. ..Ah. Quindi ho perso il mio posto per delle photocard. Ok.
“Ne vuoi una, Shu? Ho Himchan e Uppie. Yongguk era già finito :(”
“Himchan è tuo, non preoccuparti.”
“Guarda, prendine una di Up! …Questa no, però. Ci faccio l’altarino.” E fai bene. È il momento in cui fa “EVERYDAY” in 1004.
E quindi ora ho una foto di Jongup nel portafoglio.
Torno a fare la fila per il bagno. Altri venti minuti almeno. Pazienza, abbiamo un sacco di tempo da buttare via.
Ed è lì che ho sentito l’acuto di Daehyun. Non proveniva dalle casse di un iPod. Non era la suoneria di un cellulare.
No.
Proveniva dall’interno del Mitsubishi. E non era una registrazione.
Anche se lo sto realizzando soltanto adesso, a un mese da tutto questo.
Nell’attesa, ho sentito pure Youngjae (credo fosse Lovesick, ma non ne sono sicura. È tutto molto confuso, in realtà.) e poi la sua. Se ci ripenso, non ho avuto nessuna reazione. Niente. Volevo solo fare la pipì. E dire che ero convintissima che mi sarei messa a piangere al soundcheck.
Entro in bagno e mi levo il pigiama. Sì, verso le 13 ho trovato la forza di togliermelo. E mettere in mostra la felpa. Del concerto.
Già, perché io non sono lì fuori per fare due chiacchiere con delle ragazze un po’ fuori di testa. Io sono lì perché tra sette ore vedrò i B.A.P .
Non ho fatto altro che ripeterlo per tutta la durata della fila. 28 ore di “Ok, manca tot e li vedo”.
Noiosa e ripetitiva.
Anche se, a dire la verità, ero soltanto incredula. Non riuscivo a renderlo reale in nessun modo.
Torno in fila. Anche Dee si sta truccando. Ok, ragazze, adesso tocca anche alla Shu. Insomma, non potevo mica farmi vedere con occhiali, occhiaie e brufoli da quei sei fotomodelli.
(Sì ovviamente questa è ironia perché sì sono consapevole che non son mica lì a fissare me sto solo scherzando)
((Sì sto specificando perché non ho voglia di essere intasata da insulti su Ask peace and love))
(((Ma davvero non si capisce il mio sarcasmo no rega seriamente?)))
((((Ok giuro che riprendo)))) 
 Mi siedo e inizio a truccarmi. Solo allora mi accorgo di avere le mani percorse da tremiti. Non vi vengo a dire quale linea perfetta di eyeliner è uscita, va. Ma non avevo neanche la forza di provare a correggerla.
“Tanto scoppierò a piangere. Chissene frega del trucco. Durerà tre secondi.”
Andiamo a farci un giretto per controllare dove verranno distribuiti i CD, e i bodyguard ci scacciano. Ma mica tutte, eh. Solo le italiane. Because of reasons. Ci tranquillizzano dicendo che la precedenza l’avranno le ragazze che hanno già acquistato online. Benissimo.
Alle 14, tutte iniziano a mettersi in fila, ignorando brutalmente i bodyguard e le ragazze dello staff. Ci vado anche io, stringendo i miei tre fogli. Sento già di aver perso. Ma non mi andava di non tentare nemmeno. E poi, chissene: i CD sono autografati. Auguro buona fortuna alle ragazze davanti a me, tesissima. Già che ci sono, posso anche acquistare poster e magliette per tutte.
Qualcuno sta già aprendo il CD. E urlando.
Tutte le tedesche davanti a me vincono. La tedesca dietro di me ne vince tre da sola, che regala alle amiche.
Io, ovviamente, nessuno. Ma sono contentissima comunque, perché ho il CD autografato da quello giusto.
Torno in fila. Ed è qui che li vedo. Seduti appena prima di me, ci sono quattro personaggi che non ho mai visto prima. Ok, ho una pessima memoria, è vero. Ma sedici ore all’agghiaccio hanno creato un gruppo unito. E queste persone non ne facevano parte. Ne sono sicura.
Chiedo alle altre italiane se sanno chi sono. Poi, mi rendo conto.
Sono quattro. Come pure quattro erano i nomi cancellati dalla lista.
Sento un embolo prepararsi a scoppiare. Chiamo una dello staff. E ho l’occasione di testare le mie capacità di litigare in inglese.
“Scusa. Sono appena tornata dal bagno e mi son trovata quattro persone in fila davanti a me. Non so chi siano.”
“Oh, sì! Mi hanno detto di averti chiesto il permesso e tu hai detto sì!” Ora bestemmio.
“…Ti rendi conto da sola che se te lo sto dicendo non ne sapevo nulla, vero?!” La tizia cambia subito espressione. Probabilmente, si è appena resa conto della colossale figura di merda.
Se ne va e torna con due colleghe e un tizio della sicurezza, a cui devo spiegare nuovamente la situazione. Cercando di rimanere calma, magari.
“Sono qui dalle 13 di ieri. Ho trascorso un sacco di tempo in compagnia delle ragazze che hanno fatto la notte. Le ricordo tutte (bugia, ma shh), e questi non c’erano. Chi sono. Non li ho mai visti prima. E la balla del Gliel’abbiamo chiesto e ha detto sì!! Non mi è piaciuta per un cazzo.” L’allegra compagnia ci rimane male perché erano seriamente convinti che io fossi d’accordo con sti quattro. La capetta dei Fantastici 4 (grazie Dee) se ne esce con “nono non hanno capito! Io ho detto loro che ho chiesto alle tue amiche!” e guarda Sam, Anto e Dee.
“Benissimo, risolviamo subito!” E dico, in italiano: “Ragazze, sta stronza dice che ha chiesto a voi se poteva superarci.”
“Non ci hanno chiesto niente, Shu.” Ah, è così.
“Le mie amiche dicono che non hanno chiesto niente, sti qua.” La capetta, impanica e si attacca sugli specchi “NO,NON HAI CAPITO. Intendevo queste qui davanti!”
“Senti, ragazzina. Sono italiana, ma non sono deficiente. Smettila di prendermi per il culo! Questa mi prende per il culo, cazzo!” Non ho mai usato tanti Fuck in vita mia, seriamente.
Il tizio della sicurezza inizia ad arrabbiarsi. E questi discutono in tedesco, estraniandomi completamente. Ho il tempo di spiegare alle mie compagne cosa sta succedendo.
La ragazzina insiste. Dicendo cosa, non mi è dato sapere.
Io la guardo malissimo. E, finalmente, si decide a parlare inglese. Dice che lei ha trascorso la notte qui, ma non i suoi tre fratelli, che non possono non stare con lei.
…E vai in fondo con loro, qual è il problema.
“Dice di aver passato la notte qui. Io non l’ho vista. Nessuno l’ha vista. E quattro nomi, prima del mio, erano stati cancellati! Quattro. Come loro. Non è..” Pausa. “Cazzo, ragazze, come si dice “non è giusto?” Qualcuno mi urla unfair. It’s Unfair. Qui ci sono ragazze che hanno trascorso tutta la cazzo di notte al freddo, ok? Arrivano sti coglioni e io li devo far passare!? It’s Unfair. Se ne devono andare.”
Ma questa insiste. E starnazza, con la sua voce da ochetta. Più di dirle di andarsene, io non so che fare.
Una ragazza dello staff mi picchietta nella spalla e, chiedendomi scusa subito per il pessimo inglese, mi dice di non piangere. “Piangere, per sti coglioni?! Io piangerò solo per quei sei, sotto a quel palco. Non per sto schifo!”
E continua a starnazzare e starnazzare e non ne posso più. Penso che, in fondo, sono solo quattro persone. Di certo, ho comunque la mia stramaledetta prima fila. Il resto non conta.
“VA BENE, STAI QUI.” E taci, cristodio. Il tizio della sicurezza mi chiede se sono sicura. Era pronto a sbatterli fuori. “Mi scusi ma lei, al mio posto, che cazzo farebbe? Più di dirle che c’erano delle regole, che loro non le hanno rispettate e che, per questo, se ne devono andare, io cosa dovrei fare?” Tutti mi danno ragione e, mortificati, mi chiedono scusa e mi ringraziano per essere stata tanto magnanima. La ragazzina mi abbraccia felicissima, e io voglio solo strozzarla. Mi promette che, se quando entreremo loro avranno un posto migliore del mio, me lo lasceranno.
“Va bene. Abbiamo un accordo. Sappi che ti verrò a cercare” le dico, freddissima. E se non ti levi, ti faccio lo scalpo da tanto che ti tiro i capelli per toglierti dalle balle. Sorvoliamo sulla leccata di culo della sorella “Oddio i Mars anche io li amo cioè fratella!!” Sparatevi.
Giusto perché non ero abbastanza incazzata, passa una dello staff e mi mostra tutta orgogliosa il suo biglietto vincente per l’high five. Ah beh. Allora.
“Sta stronza. Pensa che prima è venuta a dirci che lei, ieri, ha incontrato Yongguk e si è fatta autografare il cellulare.” Di bene in meglio.
Si avvicina di nuovo. Vuole me, la puttana. Adesso la sbrano, seriamente. Mi prende in disparte.
“Senti, ho visto quello che hai fatto prima, per quei ragazzi. Sei stata davvero gentile.”
“Grazie” E te mi stai davvero sul cazzo, pensa un po’.
“Mi hanno detto di non dirti niente, ma credo non sia giusto. Meriti di saperlo.” E io già sto per collassare dall’ansia. Sento che sta per arrivarmi la mazzata definitiva.
E ho ragione.
“Quelle quattro persone non hanno fatto la fila con te. Ieri erano in giro, io li ho visti. Erano con me, quando ho incontrato Bang Yongguk.”
Paralisi improvvisa. Credo di aver dimenticato come si respira.
“Cosa.”
“Te lo giuro.”
“Sicura che fossero loro?”
Insomma, potrebbe essersi sbagliata. Deve essersi sbagliata.
“Ho le foto.” Ed erano davvero loro. Ho pianto. Così, all’improvviso, davanti ad una sconosciuta, io ho pianto.
Perché anche io avrei potuto benissimo andare in giro a cercarli, il 2. Ma sono una persona corretta. Se volevo avere la transenna, dovevo meritarmela.
Questi erano in giro, hanno il suo autografo, E SONO AVANTI A ME.
“Adesso li faccio portare via.” Sì, ho cinque anni. Sì, fosse stato Himchan non l’avrei presa così male. No, non me ne frega niente di fare la figura della bimbaminkia.
La ragazza mi ha chiesto di non dire nulla, perché avrei messo lei nei casini. Sai che mi frega, stronza. Pure tu l’hai incontrato, hai il suo autografo e sul cellulare hai una foto dove lui ti guarda e sorride. Crepa.
Volevo prenderli per i capelli. Volevo trascinarli di persona in fondo alla fila. Volevo urlare.
Invece, ho solo pianto.
“Pensa che sarai in prima fila. Fregatene.”
“Sì, ma it’s UnfairUnfair. Una parola che, dopo questa esperienza, non dimenticherò mai più.
“Se ti consola, pensa che io non ho nemmeno il numerino. Io sarò in fondo.
“Senza offesa, ma tu hai incontrato Yongguk, hai il suo autografo e a fine concerto li tocchi tutti all’high five. No, non mi consola.” Puttana.
Mi è sinceramente crollato il mondo addosso. Bene, concerto rovinato.
Chiamo FraH, sentendomi nel giro di tre secondi una merda. Lei nemmeno ci è potuta venire al concerto, e io mi lamento di ste cose. Patetica.
Ma, seriamente, stavo malissimo. Credo che rosicherò per tutta la mia vita. Vedi che cazzo ti succede a fare la persona corretta?
“Frega cazzi, ragazze. Adesso stanno lì. Tanto, all’apertura dei cancelli, questi numeri non vogliono più dire nulla. Li superiamo e vaffanculo.” E se mi vengono a dire qualcosa, me ne esco con un “Com’è stato incontrare Bang Yongguk?” e sputo loro in faccia. 
L’unica cosa che mi consola è sapere che le ragazze dello staff staranno qualche fila dietro di me. Hanno tutte dal 200 in su, per non parlare di quelle che si son fatte vedere tardissimo e il numero non ce l’hanno nemmeno. Come le ragazze che ho conosciuto in aeroporto:sono arrivate nel pomeriggio e nessuno voleva mettere loro un numero;così, mi hanno chiesto a chi dovessero rivolgersi. Vado dallo staff e chiedo, e queste (bellamente sedute a fare niente, come per buona parte della giornata) ci scacciano a malo modo. Poi, ho scoperto che la storia dei numerini era finita da un pezzo. Bastava dirlo, con un briciolo di educazione, eh.
Sono le 16. Dei Fantastici 4 neanche l’ombra. Inizio a sperare che qualche anima buona li abbia spinti sotto alla metro. Per il bene dell’ordine universale, si capisce. Cerco in tutti i modi di farmi tornare il buonumore. Insomma, io li avrò a pochi metri dagli occhi, tra qualche ora. Chissene.
Qualcuno inizia ad urlare, in panico. Dicono che dai vetri si intravedano dei soggetti che ci spiano.
Io non vedo una sega. Stiamo lì tutte a fissare il vetro oscurato, con gli occhietti ridotti a due fessure per mettere meglio a fuoco. Rido tantissimo immaginandomeli là dentro, a spisciarsi delle nostre intelligentissime espressioni facciali.
“Ho visto Himchan!” strilla una. Boh. Mi giro di scatto. Sono tesissima. Tutte siamo tesissime.
Si avvicinano delle nostre amiche. “Sono incazzata.”
“Tu perché?”
“Lo vedete questo corridoio?” Ma sì, quello magico nel quale non si poteva sostare per motivi sconosciuti, che ora ci separa dalla fila della gente normale che sta aspettando di poter fare acquisti.
“Ci dovevano sfilare i B.A.P per noi VIP, ma non lo fanno perché c’è ancora gente che deve comprare roba ufficiale.”
…No. Non è vero. Non l’hai detto sul serio.
E quindi mi son persa un’occasione unica. Avrei potuto scattare loro qualche foto, già.
Va beh. Recupererò dentro. Tanto, sono in prima fila. Usciranno benissimo.
Siamo così tese che urliamo disperate ogni volta che i sei giga poster dei ragazzi volano a terra per il filo d’aria che tira.
Nel mezzo della tensione generale, passa un gruppo di ragazzi che, dal nulla, se ne esce con un “B.A.P, MOTHER FUCKER!!”. Ci siamo girate tutte, in sincrono.
Non tanto per l’espressione, quanto perché ERANO UOMINI. Maschi. Con il pene. A vedere i B.A.P . Sorprendente.
Sono le 18 e 30 e io sto letteralmente morendo. Le ragazze sanno che son l’unica in grado di fare lo scatto dell’esistenza, necessario per conquistare la transenna. Perciò, mi lasciano passare avanti.
“Vi aspetto in prima fila”. Anche se non ero poi così sicura di averla, quella prima fila. Insomma, tra mezz’oretta, il bel 46 che troneggia sul dorso della mia mano, non vorrà più dire assolutamente nulla.
Le guardie si preparano al cancello. Sanno benissimo che tra poco partirà la ressa.
Venti minuti. Saltello sul posto.
Dieci minuti. Mi sta per esplodere il cuore.
La gente attorno a me urla. Una telecamera sta riprendendo la fila. E io non ho nemmeno la voce per farmi sentire, dato che l’ho intelligentemente consumata tutta durante la notte. Idea geniale, in vista di un concerto. Vai così.
I Fantastici 4 tornano all’ultimissimo e pretendono di entrare. Si beccano il cazziatone della storia (donandomi una piacevolissima sensazione pre-orgasmica), ma passano comunque.
Spero che all’entrate qualche neonazista li accompagni alle docce. (Sì una battutina me la dovevo concedere abbiate pazienza su che son stata brava fino ad ora)
Spingendo, spingendo, li superiamo brutalmente. E questi ci fissano. Cazzo vuoi, quel numerino vale meno della carta igienica, ora.
La cosa sta per darmi una botta di vita, quando succede.
Il gruppo delle Ufficiali ci passa avanti e entra da una porta secondaria.
Una ventina di ragazze arrivate all’ultimo, che non ha fatto nulla a parte starsene a grattarsela, mi passa avanti.
Sì. Compresa la ragazza del “eh ma se ti consola io non ho neanche il numero quindi starò in fondo”.
Inizio a sperare che le docce siano parecchio spaziose. Andiamo, siete tedeschi. Non deludetemi.
(Posso io caderne nello scontato e lanciarmi in battute naziste parlando della Germania? ..Sì.)
L’unica consolazione è vedere che la nostra squadra è rimasta unita fino alla fine, fischiandole tutte con disprezzo.
“Eh ma hanno lavorato per voi”. Eh ma si son dimenticate di succhiarmi le palle.
Definitivamente abbattuta e demotivata, mi accingo a farmi perquisire.
Due minuti. Ci siamo.
Un minuto. Non è vero.
Zero. Si parte.
La gente scatta in avanti. A me tremano le gambe. Veloci, presto. Devo correre. 
La tizia della sicurezza mi apre lo zaino e mi toglie tutto. Quelle dietro si arrabbiano. “Fate passare me! Io non ho niente!” …Ma ti puoi anche fottere. Arrivavi prima.
Mi mettono un braccialetto e mi danno il pass. Parto di corsa. Supero i tendoni scuri, tipo quelli del teatro, e scatto.
C’è buio, frammentato solo da qualche luce blu elettrico. Un tipo della sicurezza mi blocca, ma io ho occhi solo per il palco. È lì, a pochi metri, ma io non posso raggiungerlo.
Mi dice qualcosa che io capisco finire con –ass, e convintissima gli mostro il pass. Ma lui non mi molla. Sto perdendo un sacco di tempo. E sto per avere l’ennesimo attacco di panico.
Mi stringe il polso. Aiuto, non sto capendo nulla. Non la so la tua cazzo di lingua!
Arriva un collega che mi ride in faccia e guarda se ho il braccialetto.
MA MINCHIA, DIMMI “BRACCIALETTO”. Ma vaffanculo. Se perdo la prima fila per sta troiata, torno indietro e vi piscio sulle scarpe.  
Sto per avere una crisi di pianto. Non ce la farò mai.
Almeno, posso contare sullo scatto della vita.
Fino a che un altro bodyguard non mi ferma dicendomi che non si può correre. Iniziate a starmi sul cazzo, io ve lo dico.
Ma, adesso, mangiatevi la mia polvere. Che cammino a passo di marcia, io.
La parte centrale del palco è già occupata da quattro file di ragazze. Tanto a me interessa la destra, che è ancora vuota. Accelero ancora.
E mi prendo la mia sudatissima transenna. Dio santo, ce l’ho fatta.
È MIA. Ho lottato per averla. Fottetevi tutte.
La stringo forte, già innamorata. Non solo sono in prima fila, ma sono anche a destra.
Se le fancam non mi hanno giocato un terribile scherzo, sono nel posto giusto.
Bene, adesso vediamo dove sono finite le mie compagne!
Mi volto. E non le vedo. “Deedee?” chiamo, disperata. Non c’è. Non arriva. In compenso, vengo circondata da ragazze sconosciute, che parlano in una lingua incomprensibile.
Sto per avere l’ennesimo crollo emotivo della giornata. E i ragazzi manco li ho visti da lontano.
Provo a sentirle al cellulare, ma è impossibile capire qualcosa. Ci rinuncio. Sarò sola.
Non capisco nulla di quello che viene detto attorno a me. So soltanto che la vescica al piede sinistro fa fin troppo male.
La ragazzina accanto a me mi dà qualche buffetto alla spalla e inizia a parlarmi. In tedesco.
“Emm…Sorry
“Oh, non sei tedesca, scusa! Ciao! Da dove vieni?” (Si è anche presentata, ma io sono un culo e ho scordato il nome di tutti).
“Italia”
“E sei venuta fino a qua?! Solo per loro?!” mi chiede, sconvolta.
“Oh, sì.” Sorrido. Guardate che è solo un’ora di aereo, non è che son andata su Marte.
La ragazzina e le sue amiche mi fissano come se fossi un essere trascendentale e esplodono in un’infinità di “wow! Pazzesco!”.
“Sono arrivata ieri mattina. E mi son messa in fila”.
“Hai fatto la notte qui?!” Sempre più sconvolte. Deduco che nessuna di loro l’avrebbe mai fatto, se fossero venuti da noi.
“Sono contentissima che siano venuti in Germania, e non in Italia. Sapete, credo che ve li meritiate, dopo tutto quello che avete fatto per loro”. E sono sincera. Se li abbiamo avuti in Europa, è sicuramente merito dello straordinario successo che hanno qui. Quindi, grazie.
“Quanti anni hai?” mi chiede.
“Venti”.
“…Ma perché a sto concerto è pieno di gente che sembra più piccola?!” Lo prendo per un complimento.
Mi ricordo improvvisamente di avere, sotto alla felpa, una seconda maglietta totalmente inutile. Che avrei dovuto togliere prima, per mettere in mostra la bellissima canottiera fatta APPOSTA.
Mi sento così stupida. Come ho potuto dimenticarlo.
Siamo già compresse e incollate le une alle altre. Non ce la farò mai.
Inizio a chiedere scusa a destra e a manca, giustificandomi dicendo che ho troppo caldo e non mi sento molto bene. Tolgo la felpa, rischiando di prendere a pugni le persone vicino a me. E chiedo ancora scusa. Nessuna, però, si lamenta dei miei movimenti. Io mi sarei strozzata.
Mi metto i regali in tasca, cellulare nella mano destra e lightstick nella sinistra. Sono pronta.
In sottofondo, una musichetta che mette ansia. Ripetitiva e sempre uguale, ad un certo punto sfuma, ti illude che sia finita e riparte. Orribile. E sarà così per un’altra ora.
È questo il momento peggiore di tutte le ventotto ore di fila. Perché vieni improvvisamente colta dalla consapevolezza che manca un nulla.
La tedesca accanto a me già si lamenta della gente che la spinge. Non sono ancora saliti i ragazzi. Credo che sia un po’ presto, piccola.
Una ragazzina ciccina tenerina dietro di me mi dice che non capisce perché la gente debba spingere. Siamo qui, tutti per lo stesso motivo. Dovremmo aiutarci tra di noi. In fondo, siamo tutte BABY e i ragazzi vogliono che siamo unite e che ci divertiamo. Mi ha fatto una tenerezza infinita, davvero.
Era un amore. Come tutte le ragazze che mi circondavano. Chissà, magari mi avevano presa in simpatia perché ero sola come un cane.
“Visto che sei in prima fila, ti stiamo schiacciando, per caso?”
“Ti diamo fastidio?”
“Stai bene?”
“Riesci a respirare?”
“Se ti metti sul fianco, starai meglio!”
Sono commossa. Credo seriamente che non mi capiterà mai più di trovarmi così bene.
Nell’attesa, chiacchiero con la ragazzina carina del discorso pacifista.
“Mi insegni a dire qualcosa in italiano?”
“Certo! Cosa vorresti dire?”
“Mmh..I love Zelo!”
“Io amo Zelo”
“Io…Amo Zelo!” Era davvero la tenerezza, aiuto. “Adesso in tedesco!”
“Oh ,no. È difficile, per me!”
“Ma no…Chi è il tuo bias?”
“Bang Yongguk”. E le mostro il mio cellulare, dove c’è Bang mezzo nudo come sfondo.
 “Ok. Ich liebe Bang Yongguk!”
“…Ich…Liebe…Bang Yongguk?” E mi fa  l’applauso. Io la voglio a casa mia, sul mio comodino.
Si aggiunge al discorso una sua amica, che mi dice “Anche io lo amo!”
E io non ho desiderato strozzarla. Anzi.
O ero fatta, o non ci son andata seriamente a quel concerto. Perché non è possibile che io abbia fatto amicizia con delle Bangster.
Mi chiedono a ripetizione se sto bene. O son tutti gentili, o io non ho una bella cera.
“Mancano 40 minuti e io sto per morire”
“No, non puoi morire!” Mi aspetto un qualcosa tipo “puoi farlo solo dopo averli visti.”
E invece -> “PENSA A TUTTI I SOLDI CHE HAI SPESO PER ESSERE QUI”.
Inizio a fare le prove per le foto e i video. Sì, la luce non è male. Poi, io ho comprato un cellulare magico con una fotocamera ancora più magica, piena di funzioni potentissime. Scatto una foto al palco, una al bodyguard (che mi fissa ridendo, chissà perché) e poi provo con qualche video. Sono prontissima. Ho anche una nuovissima memoria da 64 GB. Niente può fermarmi.
Controllo l’ora ogni due respiri. Mi sento…Strana.
Ma non è ancora agitazione. Credo. Non lo so. Oddio, ora che ci penso probabilmente lo era.
Ma in quel momento mi sentivo fin troppo tranquilla. Come sempre, non avevo realizzato nulla.
Non avevo capito che, da lì a pochissimo, su quel palco ci sarebbe salito l’uomo di cui parlo 24/24, 7/7. Ormai anche mia madre ha capito quanto ne sono ossessionata.
Che, al mio “Siamo entrati! Ho la prima fila, ma sono da sola in mezzo alle crucche piango”, ha risposto con un “No dai che vedi l’amore tuo!” Mi son commossa. E pure la tedesca, quando gliel’ho tradotto. “Ohh, your mother is soooo sweet!”
Il bodyguard parla solo tedesco, ma io ho una instancabile traduttrice simultanea alle mie spalle. Ci sta dicendo che loro non sanno chi salirà sul palco.
“Sara, fagli vedere lo sfondo del tuo cellulare 8D”. Lo chiamo, glielo mostro e lui “…Ah.”
E si mette i tappi nelle orecchie. Chissà, forse ha improvvisamente capito perché si è trovato a controllare un pubblico di sole ragazzette.
“30 minuti”
“Stai bene?”
“Per niente”. Bugia. Non ero poi così agitata. Anzi, ero più preoccupata del mio non essere per niente agitata. Essere tranquilla è il male. Perché significa che perderò buona parte dello spettacolo a realizzare.
Per rilassarmi, inizia a farmi qualche domandina. Se ho visto la città, se mi piace, se ho provato la cucina tedesca. E un po’ mi sento in colpa nel dover dire che no, io non ho visto né provato nulla.
“Sono sempre stata in fila, mi dispiace.” Anche lei è piuttosto sorpresa. Si vede che, per i loro canoni, si tratta di un’impresa titanica. Ai miei occhi, è semplicemente il minimo.
Nel mezzo di un discorso, se ne esce con “Ma sai che il tuo inglese è ottimo?” e io un po’ mi sono emozionata. Perché non lo parlavo così seriamente dai tempi del viaggio a Londra. Anzi, sinceramente non credevo nemmeno di esserne in grado.
“Devi perdonarmi. Adesso ti dico una parola ogni trenta secondi. È solo che non so più nemmeno come mi chiamo”. Mi sono appena accorta che mancano 5 minuti.
Alla mia destra, spingono. Alla mia sinistra, pure. E io, come una stronza, sono in mezzo a subire.
“Di’ alle ragazze di smetterla!” urlano alla mia destra.
“Ma la piantate?!” urlano da sinistra.
“Scusate davvero, ma io non sto facendo nulla” dico alle due russe, parecchio incazzate.
“Oh no, tranquilla. Sappiamo che non sei tu ;_;”
I casi sono due. O io ho incontrato solo persone estremamente gentili, o il genere umano si è appena evoluto.
Parte un annuncio in tedesco. Il bodyguard continua a fissarmi e ridere.
Sento il sangue congelarsi. Non capisco cosa sto sentendo, ma qualcosa dentro di me è stato appena colto da un brutto presentimento.
La ragazza accanto a me mi picchietta di nuovo nella spalla. No, non dirmelo. Ti prego. Non farlo.
“Hanno appena detto che è vietato fare foto. Io stare attenta, con il cellulare. Di solito, chi viene beccato a fare foto, viene portato fuori dalla fila.”
Cazzo.
Ci tenevo da morire. Seriamente. Era il motivo principe per cui ho lottato per stare avanti.
Perché sapevo che, alle altre date, almeno i cellulari erano permessi.
Io ho bisogno di scattare foto. Altrimenti, è come se non ho vissuto il momento.
Ci son rimasta malissimo. Non tanto perché non avrei potuto caricare Fancam e Fantaken.
Volevo soltanto tornare a casa con la memoria del cellulare che esplodeva di ricordi. Una prova concreta di esser davvero stata al LOE 2014.
Ma.
Quello che rischiavo era troppo per permettermi seriamente di scattare qualche foto.
Ventotto ore di fila buttate nel cesso per una foto a pixel, tutta mossa? Passo.
Così, a malincuore, a pochi istanti dall’arrivo dei ragazzi, metto via il cellulare.
Improvvisamente, capisco perché il bodyguard non ha fatto altro che fissarmi e ridere.
Simpatico. Davvero.
 E quindi, sul mio nuovissimo cellulare comprato per l’occasione, ho qualche scatto del palco vuoto, due del bodyguard e un video dove, in sottofondo, si sente “è vietato fare foto”. Fantastico.
Ripensandoci ora, è veramente stupido che io mi sia lasciata abbattere da una cosa simile. Andiamo. Che sarà mai, quando sotto al tuo seno c’è una fredda transenna a ricordarti quanto sei stata brava e forte. Un vero sogno.
Anche perché è il primo sogno che realizzo lottando seriamente. Una sensazione bellissima. Sono così fiera di me.
La musica da ansia sfuma, per l’ultima volta. Gli schermi proiettano un video in tedesco, e tutte urlano. Non capisco cosa io stia guardando, ma è abbastanza chiaro si tratti di una pubblicità. Di una compagnia aerea, in particolare.
Un altro falso allarme. Ci siamo agitate per nulla.
Non ho nemmeno il tempo materiale di rilassarmi ancora, perché è appena partito un altro video, spezzoni di telegiornale relativi ad un’ invasione aliena.
Qualcosa mi dice che ci siamo. Per davvero, stavolta.
Parte “B.A.P”, la canzone intro del nuovo album, First Sensibility. Il maxi-schermo trasmette, rosso su nero, le parole della canzone.
“Ah, ma quindi qui dicono Get on the floor?” Chiaramente, eh.
Tutte urlano “B.A.P IS BACK!”
La musica si fa sempre più incalzante, fino a che sullo schermo non compare LOE:Dusseldorf Attack!!.
Stacco di un microsecondo, si illumina un telo bianco. Risuonano le prime note e il telo si solleva, lentamente.
Eccolo, sta arrivando. Tieniti pronta, Shu. L’attesa è finita.
“One Shot”. Vedo delle gambe, ora dei toraci e adesso delle teste.
“Let me tell something that you already know” Avanzano.
“You just get the rock to me, ‘na mean?” Sono al centro del palco.
“Chyeah”.
Ecco. Adesso comincia la parte veramente difficile. Il motivo per cui ho rimandato fino ad ora.
È più di un mese, ormai, che cerco di rielaborare e metabolizzare quello che ho visto, su quel palco. Ma non sono ancora stata in grado di smaltire l’eccessiva quantità di feels che mi son portata a casa.
Ho una tale confusione in testa. Non so cosa raccontare, non so come raccontare.
Diciamo che ho visto troppe cose tutte insieme. E io sono troppo piccolina per contenerle e seguirle tutte.
Proverò a dare un senso logico alle mie prossime parole, ma non assicuro nulla.

Inizia il rap. Davanti ai miei occhi si snoda quella coreografia così familiare da darmi subito l’impressione che più temevo: io non ho davanti delle persone vere, ma delle proiezioni.
Sì. È così. Io sono a casa, e questo è lo schermo del mio PC. Non si sono buttati a terra, a sollevare il bacino a pochi metri dai miei occhi. Non può essere. Non sono lì per davvero.
È l’unica spiegazione.
Il secondo pensiero che riesco a formulare, mentre agito in maniera convulsa il lightstick e canto la mia canzone preferita, è “Cazzo, ma io ho sbagliato parte del palco”.
Già. Perché io sono a destra. E lui sta sempre a sinistra. Eppure, anche Momo aveva detto che sarebbe stato a destra! E adesso? Mi son fottuta il concerto?
Rischio l’ultimate degli attacchi di panico. Ma non ne ho nemmeno il tempo.
Perché davanti a me si è appena piazzato Jongup e io mi sento mancare da quanto è bello.
È questo il terzo pensiero che formulo, ma non posso nemmeno approfondirlo, che se n’è già andato.
La coreografia è stupenda, le loro voci la perfezione. Eppure, contro ogni pronostico, io non piango.
Ho il batticuore, i brividi, mi tremano le gambe, ma non piango. Strano.
Sono senza voce, ma mi sgolo comunque, insieme alle altre BABY. Ci spariamo anche l’acuto di Daehyun.
Ed ecco che mi ritrovo Youngjae davanti agli occhi. Che muove il bacino, si morde il labbro e si passa la mano tra i capelli. Spiazzandomi.
Sì ok va bene ma stai calmo, tu, che sei appena salito e io già sto collassando.
Non riesco nemmeno a maledirlo, che già si è sostituito con Zelo, che ci manda dei sorrisoni angelici, ai quali è impossibile non rispondere sorridendo a tua volta.
Intravedo pure Himchan, che si è appena fermato ad ascoltare qualcuno da dietro le quinte.
 “YOU ONLY HAVE LAST CHANCE, YOU KNOW?” E lo urla, proprio come gli ho sempre visto fare da casa, al mio PC. Il che non mi sta affatto aiutando a realizzare. 
Nemmeno quel pezzo di metallo che mi preme il costato è sufficiente. Io devo essere per forza a casa mia.
Neanche il tempo di un respiro, e le luci si sono già abbassate. Entrano i ballerini e ci puntano delle torce.
BadMan.
Sono dannatamente fiera di essere circondata da ragazze che sanno tutte le parole delle canzoni. Ai versi aspirati, le tedesche urlavano “AH, AH!”. Io invece no. Perché aspirati sono più sexy scusate.
All’acuto di Daehyun, siamo partite tutte insieme, guadagnandoci un altro sorrisone. I sorrisi di Daehyun sono una delle cose che più mi avevano colpito di lui. E dal vivo sono ancora più belli. Quelle guanciotte, aww.
Ogni volta che vedo la coreografia di BadMan, mi torna subito in mente la RandomDance di Weekly Idol. È più forte di me.
…Mi dispiace dover ammettere che non ricordo molto. Dovevo essere sconvolta dall’ammasso di immagini che ho visto, tutte insieme, nel giro di pochi minuti.
“In the eeeeend…”
Pausa. Sono fermi, davanti a noi. Lui solleva il microfono. Sta per parlare. Lo so.
Cerco di prepararmi psicologicamente all’idea di sentire quella voce dal vi-
In questo mondo, denaro e avidità vengono sempre prima, ma ora è il momento di cambiare e rialzarsi, because together we got the power.
“CAZZO.” Paralisi improvvisa. Cuore fermo per qualche secondo. E l’improvviso desiderio di mandarlo via a calci in culo. Perché non puoi averlo fatto con leggerezza, no. Tu sai che voce hai, tu sai l’effetto che fai. E mi dici quelle parole quasi sussurrandole che manco in un porno.
Vuoi ammazzarmi. Sei appena salito e vuoi già ammazzarmi.
E quindi io ho pagato per farmi ammazzare. Mi sembra giusto.
Detto ciò, è partita Power. Ma io non ho capito niente per un bel po’. So che ho cantato cose come “Un gigamegacesso/Ah il Gatto Paulo (per Rina, tvb)/Bom bom fallo mi chimica d’acciaio fallo mi”.
Ed è verso la fine della canzone che mi rendo conto di aver già iniziato a sperare in un eye contact.
Perché loro seriamente passano, ti fissano, cantano guardandoti. Zelo, Jongup e Daehyun ti sorridono e ti salutano, Himchan e Youngjae non proprio. Youngjae ammicca tutto il tempo, mordendosi quel dannato labbro. Himchan…Himchan. Lui e il suo sguardo penetrante, con quegli occhietti perfetti, e quel sorrisino sexy, e la sua strana passione per il fissarti e passarsi la punta dell’indice lungo tutto il labbro, lentamente, quando tu l’avevi soltanto salutato con la manina, innocentemente. Ehi, tu. Io non posso mica guardarti. La mia migliore amica mi ammazza.
E l’ho avuto con Zelo, e con Dae, e con Jae, e con Up (a ripetizione), e con Himchan (a ripetizione x2), ma non con lui. Lui no. Lui è il tipo che balla e si fa gli affari suoi. (Almeno, quando si trovava dalla parte destra del palco. Magari a sinistra ha ammiccato all’Universo e io non lo so.)
Due ore di “Guardami, dai guardamiii ti prego guardami anche un secondo dai devo raccontarlo a tuttiiii daii!!!”.  Il che non mi rende onore, effettivamente.
Con Power, si conclude la sessione “Earth needs Justice”.
Mi pare, ma non ne sono mica tanto sicura, che qui si siano fermati per un breve talk.
Iniziato con un illegalissimo “Please, don’t push..” più sorrisino *smirk* bonus.
Io adesso salgo. Te lo strappo. E lo ficco nel culo.
Seriamente. Stai zitto. Non puoi. Non ti ho dato il permesso, se non sbaglio.
Forse è a causa di questa sua brillante uscita se io ho spento un attimo il cervello e non sono proprio sicura di quello che vi sto dicendo.
Comunque, nel breve talk, che non so se è stato dopo Power o dopo la prima parte della sessione “Love”, hanno detto qualcosina in tedesco. Scatenando le urla follissime delle fan.
E rendendomi ancora più orgogliosa di loro. Credo che sia bellissimo quello che fanno per noi. Credevo avrebbero parlato solo inglese, invece si son buttati anche in qualcosina di tedesco. Che teneri, seriamente.

Inizia Youngjae, con Deutschland ist beer”. E si porta la mano chiusa a pugno alla bocca, come per bere. Inutile dire che io sto già ridendo.

Tocca a Jongup che, appena apre bocca, mi spiazza. Non tanto per quello che dice (hanno dovuto tradurmelo, io mica avevo capito), ma per come lo dice.

Quando balla, quel ragazzo è seriamente un mostro. Se lo divora proprio, il palcoscenico. Ha una presenza fisica e scenica che, seriamente, non mi aspettavo. E poi, lo sguardo. Non lo so. Lui balla e, quando hai la fortuna di incrociare il suo sguardo, vieni folgorato dalla passione e dalla carica che ci mette. Si vede che vive per ballare. Lo senti dentro. Lo percepisci in fondo all’anima, che trema per via del batticuore insostenibile.

Questo, quando balla.

Poi, si ferma. Prende il microfono, apre la bocca, inizia a parlare…Ed è un bambino.

Davvero. Lui, i suoi sorrisini innocenti e quella vocetta nasale dannatamente adorabile.

Un bimbo..Che vive nel suo mondo. Non è un personaggio. Lui davvero vive nel suo mondo.

Lui che se ne esce con un “Deutschland ist würstel” portandosi, come il suo hyung, la mano chiusa a pugno alla bocca.

Parlando di würstel.

Capisci. Quel ragazzo non sa nemmeno di essere al mondo.

E io lo amo. Tantissimo. Già lo trovavo adorabile e molto, moooolto carino (poi se hai una bella schiena e delle braccia come Dio comanda già sono tua).

Arrivata lì, e visto a sì e no due metri, me ne sono seriamente innamorata.

Quei capelli castani pettinati con la tendina (che solo a Himchan sta male, a sto punto), quegli occhiettini vivaci, quel sorrisino innocente (anche quando balla. È l’unica cosa che non si trasforma), quelle spalle larghe, quelle braccia scolpite, quell’addome piatto (te e i tuoi addominali da Bronzo di Riace dovete andarvene a fan- a casa della Shu vi amo tanto), quelle gambe muscolose, quella vocetta da bimbo, che finalmente può farsi sentire nelle canzoni…

Moon Jongup Bias. (Tra l’altro, ho pure FS autografato da lui non potevo essere più felice di così).

E non solo perché a sto LOE si spoglia.

Anche se ammetto di aver gioito quando l’ho scoperto. Visto che, mesi prima dell’inizio del tour, dal nulla sono andata dalla FraH e “Voglio vedere Jongup nudo.”

Ma mica credevo che mi sarebbe successo seriamente. Grazie, Gesù.

 

La sessione “Earth Needs Love” si apre con un video adorabile nel quale Jokomato e Totomato discutono di che cosa sia l’Amore e perché è così importante.

Poi, i ragazzi son comparsi con la divisa delle galassie, la mia preferita.

Anche se quella divisa, ai miei occhi, significa solo una cosa. E dubito fortemente di essere pronta a vederla.

…Ma chi voglio prendere in giro. Per quella cosa lì, non si è MAI pronti.

Parte Lovesick. A casa, non mi convinceva molto come canzone. Diciamo che non è esattamente il mio genere. Ma lì, dal vivo, l’ho trovata davvero adorabile. Sarà stata la coreografia, sarà stato l’entusiasmo del momento, saranno stati loro (ma di certo non gli orribili cuori proiettati sui maxischermo), ma adesso la amo e, quando parte in macchina, non la salto più.

Sono tutti schifosamente adorabili. Mi sciolgo per ogni cosa.

…Anche se quei cuoricini rosa mi hanno turbato l’animo. Seriamente.

La tedesca accanto a me mi dà un’altra pacchettina alla spalla. So già cosa sta per dirmi, ma speravo non se ne fosse accorta.

“Scusami..” Inizia, timida. “Ecco..Mi stai colpendo con il lightstick.” Mi sento una merda. Devo averle sfondato il cranio un milione di volte.

“…Oddio, perdonami, io..” Non riesco a controllarmi. È inutile.

“Tranquilla, so che non lo fai apposta. E lo capisco.” Mi sorride, e torniamo a urlare come delle pazze.

In Italia, questa situazione si sarebbe già trasformata in rissa.

Finita Lovesick, c’è stata la bellissima scenetta del carrellino del caffè.

Ora. Io odio il caffè. Mi turba persino il suo aroma. Non lo sopporto.

Ma appena Jongup ci ha chiesto (sulle note di “Do you wanna build a snowman?”, per inciso) “Do you wanna drink a coffee?”, ero la prima stronza a urlare “DAMMELO TUTTO”.

Ovviamente, non sarò mai così fortunata da essere scelta in queste situazioni qui. Pazienza.

Poi, Coffee Shop. Non è una delle mie canzoni preferite, visto che io preferisco altri generi musicali, ma…Ok, live diventano magicamente tutte magnifiche.

(L’unica che farebbe comunque schifo, ci scommetto il culo, è Shady Lady. ..Che, spero, non faranno MAI live).

Finisce Coffee Shop, escono e..Batticuore. So cosa sta per arrivare. Si abbassano le luci. Non ho nemmeno il tempo di realizzare, che “Turn the lights off.”

Oh cazzo.

Ma ti calmi.

Ma cosa è.

Ma siamo finiti in un porno.

Aiuto.

Adesso tornano.

Help.

Son senza giacca. Quasi tutti, per lo meno. Himchan di sicuro.

Body&Soul.

Il momento che, a casa, attendevo di più.

Ci ho scherzato, ci ho riso, ci ho fangherlato, mi ci son fappata. Ed ora sto per vederlo in diretta, a sì e no due metri dalla mia faccia.

Il mio pensiero fisso da quando è uscita la prima fancam:“Chissà come reagisco?”.

E, ora, sto per scoprirlo.

Prontissima, carichissima, senza voce ma frega nulla, dalla parte giusta del palco.

Parte la canzone e..

Black out.

Credevo avrei avuto un’esplosione ormonale/di mutande improvvisa.

Credevo che avrei urlato fino a spaccarmi le corde vocali.

Invece…Non ricordo nulla.

Zero. Vuoto totale.

Lui ha iniziato a ballare a due metri da me e io non ho capito più niente.

Quelle sensuali onde fatte con il corpo, una mano che corre a sollevare, maliziosa, la camicia, e quei capelli indecenti..

Credo di essere rimasta paralizzata, incantata dalle sue movenze, una mano a sostenermi il mento, puntellata sul gomito (ricordo la sensazione del freddo della transenna), la bocca semiaperta.

Il ritratto dell’espressione ebete.

Ad un certo punto, si ferma, di schiena.
E io mi risveglio dallo stato di trance in cui sono caduta. Ehi, sul palco ci sono altre cinque persone!

Un po’ spaesata, mi guardo attorno, giusto in tempo per beccare Himchan che si muove sexyssimo e..Wow, la vita è proprio bella. Alla faccia di chi dice che Himchan non sa ballare. Gesù.

 Fortuna che quell’altro si è fermato. Seriamente.

Ed ecco Jongup che si avvicina. È la sua parte. Il punto forte della canzone.

E, per me, il segnale che stavo aspettando. Arriva.

“Ok Sara pronta stai per ved-“

Appena son tornata, la prima cosa che mi hanno chiesto è stata “Allora, come è quel passo dal vivo?”

Non vi dico con quale dolore mi son ritrovata a rispondere “Non lo so. Non ricordo nulla.”

In quel momento, seriamente, io ho spento il cervello. Lui era lì, a due metri da me, a fare quella cosa che dovrebbe essere illegale in tutti gli Stati (ma sì, anche nel Liechtenstein), quella cosa che ho atteso di vedere per 43 giorni…E io non me la ricordo.

Avessi almeno potuto filmarlo, per rivederlo a mente lucida. Ma neanche quello.

La vita fa schifo.

(Con quale cambio d’opinione nel giro di dieci righe, tra l’altro.)

Ero così incantata che ho attaccato ad urlare quando le altre hanno smesso. Legittimo.

Mentre scrivo, tengo sottomano la scaletta del concerto, così da essere certa di raccontare un qualcosa che segua l’ordine logico-cronologico della situazione. A questo punto, leggo “Earth needs Passion”, “VCR Boxing + Punch”.

Io non ricordo assolutamente nulla di tutto ciò. Chiaramente, non c’ero.

Già, perché subito dopo quella canzone da repressi sessualmente, giusto per completare l’opera e fottermi l’ultimo barlume di sanità mentale, quello mi entra con pantaloni di pelle, canottiera che lascia gran poco alla fantasia e giacca di pelle. Dalla parte destra del palco.

Il che significa che la prima cosa che ho visto è stata la sua figura. Fasciata da quei robi.

Con la giacca che penzola a mostrare un braccio soltanto. E la canotta così aperta..

Io me ne vado. Tantissimo.

Ricomincio a ragionare un po’ su No Mercy. Inutile dire che cosa hanno visto per tutto il tempo i miei occhi di falco. Bene così. Ti ringrazio per i pantaloni attillati, Gesù.

E poi, Bangx2.

La mattina dell’uscita di First Sensibility, quando ci siamo ascoltate tutte le canzoni, quella che più mi ha presa dopo 1004 è stata proprio Bangx2.

Per il genere un po’ più nelle mie corde. Per la botta di vita.

Ma, soprattutto, per l’inizio.

Zitte tutte, stronze. Adesso canta.

…E figurati se son riuscita a sentire qualcosa. Per Dio. Grazie, stupratrice di timpani altrui, urlatrice randomica di “HIMCHAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAAN!!”.

Sicuramente, oppa ti ha notata. Che bel ricordo </3 …L’ultimo.


Poi, spariscono di nuovo. Musichetta soffusa ad accompagnare la voce roca e seducente di Himchan, nel suo “Reminiscing kinda?”. Non ho la minima idea di cosa tu mi stia dicendo, ma hai ragione. È appena iniziata la sezione “Earth needs Emotion”.

Sgabelli. Rain Sound. I brividi. Quanto amo quella canzone.

Himchan si avvicina a Yongguk. Si guardano intensamente. Son sicura di aver pensato “Se non limonano adesso, non lo fanno mai più”, tanta era la carica erotica. (Tralasciamo che poi, le altre, mi hanno detto che Himchan lo stava pure tenendo per il polso. Da dove stavo io, non si notava. Bene.)

A seguire, un altro dei momenti che ho tanto atteso. Il solo di Jongup.

In fila, ho chiesto alle ragazze italiane di aiutarmi a realizzare un mio piccolo sogno.

“Quando Jongup sta per strapparsi la camicia, urlate tutte:NUDO!NUDO!NUDO! Vi prego, voglio rovinare le fancam”. Poi, l’abbiamo diffuso anche tra le Danesi. Il mio verbo è diventato virale in poco tempo. Noi italiane ci siamo divise, ma il mio sogno ci ha tenute unite fino alla fine.

All’uscita, infatti, ho scoperto che ognuna delle ragazze a cui l’avevo chiesto, aveva a sua volta convinto le persone che aveva attorno a farlo.

E il risultato è stato che, all’avvicinarsi delle dita di Jongup ai bottoni della camicia, ancora prima che io potessi urlare un soffocatissimo “NU-”, alle mie spalle già si sentiva un lontano coro di “nuuudooo…nuuudooo…”

Un inno capace di unire ragazze di tutta Europa.

Uno dei momenti più belli e più alti del concerto. Sono commossa. Grazie, vi amo.

…Al di là delle puttanate, son rimasta sconvolta dalla bravura, dalla passione e dalla determinazione di quel ragazzo. Se ci ripenso, ho ancora il batticuore.

A seguire, una delle mie canzoni preferite: Save Me. Ok, forse qui una lacrima mi è scesa.

Di certo, ora, ogni volta che parte, sono una fontana.

E dopo questo momento di depressione, una botta di vita con “Earths needs Happyness”!

Primo, abbiamo imparato la danza del pianeta Mato. Con un video esplicativo che ha dell’incredibile. Non ho mai riso così tanto in vita mia, lo giuro. E non ho mai ballato con tanta convinzione e voglia di vivere, nonostante fossi compressa tra migliaia di sardine.

Tra l’altro, io stavo proprio di fronte ad un tizio che ha filmato sia noi che i ragazzi per tutto il tempo. Bello, eh. Perché sicuramente ci sarà un DVD e io ho grandi probabilità di esserci.

…Ma proprio mentre ballavo come una rincoglionita mi devi filmare. Benissimo.

Passi che, subito dopo, eseguiamo insieme ai ragazzi in Check on. Adesso, ogni volta che mi parte quella canzone, non riesco a non sballettare, mentre penso ai sorrisi di Himchan, soddisfatto nel vederci così coinvolte. Che poi, Check on è stata un po’ la canzone del viaggio. Abbiamo (dal nulla) attaccato a cantarla appena arrivate in aeroporto a Malpensa, e non abbiamo più smesso. Un segno.

Excuse me me la ricordo veramente poco, maledizione. Sarò stata presissima dal Dance from Mato Planet, sorry.

E poi Spy. Una coreografia che mi fa morire dalle risate. Soprattutto perché un certo signor leader virile e tutto d’un pezzo è costretto a fare il minchione, con quegli sculettamenti e lo shakeraggio della bottiglia di champagne (e non vi vengo a dire cosa mi sembrava stesse facendo la prima volta che ho beccato un’esibizione).

Potrei dire una boiata, ma mi pare che fosse proprio in questa canzone, all’ “I know you want me”, che lo stesso signor leader faccia di culo mi sta passeggiando verso la sinistra, per poi girarsi tantissimo verso destra, indicare la zona dove PER CULO/PER VOLONTA’ DIVINA ci sono io e ammiccare come non ha mai fatto in vita sua.

Strappandomi le mutande l’intera esistenza.

Pausa, si chiacchiera. L’ammiccatore veloce ci chiede di votare chi è il più popolare tra i sei.

Montandogli tantissimo la testa, perché di solito lui sta all’ultimo posto, tra le asiatiche.

Ma pensa, qui da noi le tipe son tutte troie e urlano tantissimo. Sono molto arrabbiata.

Hanno preso sufficientemente fiato, quindi si può ricominciare.

Hurricane.

Vengo colta dal panico improvviso, vista l’esperienza americana.

Ragazze, vi prego. Non deludetemi.

Eccola. Sta per arrivare la parte infame. Quelle stramaledette cinque parole.

Himchan avanza. Ok, ci siamo.

Solleva il microfono e lo punta verso di noi, invitandoci a cantare al posto suo.

Un prepotente eco di “THE ROOF IS ON FIRE!” esplode dal pubblico. Facendoci guadagnare un cuore fatto con le braccia e un sorriso che ti scioglie la vita.

Sono così fiera di noi, ragazze.

 E poi si fa festa con Dancing in the rain. Mi esalta sempre tantissimo, quella canzone.

(Le ragazze mi hanno fatto notare che “Dai,Sara. Himchan dice palesemente LET SCOPARE”. Piango. Non riesco più ad ascoltarla come una volta.)

La scaletta che tengo sotto mano dice che, a questo punto, c’è stata Stop it. Ma io non mi ricordo nulla.

No ok, seriamente, ma dove stavo. Che cazzo ho visto, io.

Ricordo solo le parole che ci ha detto Daehyun a fine canzone. Una secchiata d'acqua ghiacciata.
“La prossima è l’ultima canzone.”
..Non ho capito bene. No, non è vero. Siete saliti due minuti fa, non potete andarvene così presto.
Sì, io ero seriamente convinta che fossero appena saliti. Sarà una frase fatta, ma..Cazzo, non mi son nemmeno resa conto dello scorrere del tempo.
Crash.
…Crash è l’ultima canzone? 
Non è vero niente. Dae ci sta solo prendendo in giro, quale burlone! E io che mi ero anche preoccupata.
Crash è stata l’inizio della nostra avventura, a tavola. Mi sembra un ottimo modo per “finire”.
Ed è qui che ho potuto constatare che quei sei ragazzi esistono per davvero.
Perché hanno avuto la brillante idea di scendere dal palco e passare lungo tutta la transenna.
Le ragazze attorno a me allungano le braccia. E io realizzo che, se lo faccio, potrei toccarli.
Passa Youngjae. E gli arrivo una manata prepotentissima. Credo di aver toccato la spalla.
Credo.
Beh, qualcosa ho toccato.
Non ho neanche il tempo di esultare per il successo. Perché, adesso, tocca a lui scendere le scale e passarmi davanti.
“Se non riesco a toccarlo, io a casa non ci vado.” E subito mi prende la tristezza perché son sicura che tutte ce la faranno, meno che la sottoscritta.
Allungo la mano. Tra venti centimetri è davanti a me.
CIAFF.
E se ne va.
Le ragazze che mi circondano stanno urlando “HO TOCCATO I B.A.P!!!”. Himchan si è fermato, ha guardato intensamente una, sorridendo malizioso come solo lui sa fare, con la linguetta nell’angolo della bocca.
E io riesco soltanto a fissare la mia mano e a pensare “…Ma ho toccato qualcosa di caldo. Ma quindi è vivo. Ma quindi esiste!”
3 Maggio 2014: La Shu scopre che Bang Yongguk esiste per davvero.
E, cazzo, cosa non è.
Il concerto potrebbe seriamente finire qui. Non mi interessa.
Il maxischermo proietta i tweet dei ragazzi, rigorosamente in tedesco. Ma io ho un’amichetta dolcissima, alle mie spalle, che mi traduce simultaneamente parola per parola.
E poi 1004 (Angel), altro momento che aspettavo con ansia. Yep, per “I need SHU” #sìsonounabambinalevatevi
…Che non dice. Eh no, ti pare. Registrazione. Fanculissimo.
Questa me la vedo in seconda fila. La tedesca alla mia destra e la russa alla mia sinistra hanno spinto per tutto il tempo e, alla fine, quella che ci ha rimesso sono io.
“Sara, che peccato. Adesso sei qui dietro, con me” mi dice la mia nuova amica, seriamente dispiaciuta. Ma che mi importa, io ho toccato Bang.
Sento qualcosa premermi in tasca. Illuminazione.
“Sono una testa di cazzo.” Ero talmente concentrata sul riuscire a toccarlo, che ho dimenticato di avere un regalo per lui. Ho perso l’occasione della vita, e me lo merito.
Mentre mi insulto mentalmente in tutti i modi che riesco a pensare, i ragazzi ci stanno dicendo che stavolta è davvero l’ultima canzone.
“Qual è la nostra canzone di debutto?” Tutte già urlano.
“No, seriamente. Qual è?” E si è alzato un coro prepotente “Waaaarior, uh!”
 Mi emoziono da morire perché le tedesche sanno tutte le parole, cosa che sorprende tantissimo i ragazzi. Vi amo, una figura migliore non potevamo farla.
Ci chiedono di contare da 100 a 0. In tedesco. Sono sempre più utile, gente.
Spariscono, a cambiarsi.
Allo scadere del tempo, tornano e parte Warrior.
Ma io continuo a pensare allo stupido braccialetto. …E al regalo della FraH.
Oddio. Per colpa mia, Himchan non avrà mai il suo regalo. Cazzo. Sono una deficiente.
La canzone sta finendo. Devo fare qualcosa. Non posso riportarglielo a casa.
Ed è così che decido di fare la folle e di lanciare le due scatolette sul palco.
La mia, lo dico subito, è andata per dispersa. Pazienza. Ci riprovo alla prossima occasione.
Quella di FraH, invece… Sì, ormai l’ho raccontato ovunque, ma.
Lo scotch che la teneva chiusa era un po’ rovinato perché io, curiosissima, l’avevo aperta per spiare la lettera a Himchan.
La lancio. La scatolina si apre davanti ai miei occhi. Il pupazzetto vola fuori.
“Cazzo. Sono una cretina. FraH mi odierà.”
Per colpa della mia stupida curiosità, Himchan non avrà mai il suo regalo.
Mi odiavo già.
E invece…

Ci stanno salutando. Mandano bacini a tutte. Devono uscire dalla parte destra del palco. Dove ci sono io. Mi passeranno tutti davanti.
Himchan si ferma. Si china, raccoglie qualcosa. Lo fissa perplesso.
Oh. Mio. Dio. Ha appena raccolto il pupazzetto della FraH.
Guarda in avanti, come a chiedere spiegazioni.
E sotto ci sono io, che urlo disperata “È TUO! TI PREGO TIENILO!!”, sbracciandomi come se ne dipendesse della mia sopravvivenza.
Ora che ci ripenso bene, non so nemmeno se l’ho detto in italiano o in inglese. Boh.
Ma si vede che, a gesti, mi son fatta capire.
Lui mi guarda, mi sorride, mi ringrazia ed esce.
Paralisi improvvisa. Stringo la tedesca accanto a me e urlo “HIMCHAN MI HA PARLATO! HA IL REGALO DELLA FRAH!!” …E qui son piuttosto sicura di aver parlato in italiano.
Si riaccendono le luci. Il maxischermo proietta la scritta “Earth needs YOU”.
Vago alla ricerca delle mie amiche, circondata da ragazze che si fanno selfie, piangono, si disperano, ridono, in evidente stato confusionale.
Trovo Deb e Gre a piangere abbracciate. Sono l’unica che sta mantenendo la calma, io.
Prendiamo il taxi, ma Gre non è in grado di parlare bene. Il tassista ci chiede se va tutto bene, e lei “NO!...Aspetti, sì..Non lo so..”
Chiamo mia madre. Che mi chiede più volte di ripete cosa sto dicendo, perché non sente nulla.
E io mi accorgo di avere la voce ridotta ad un flebilissimo sussurro.
“Allora, com’è stato?”
“Mamma, il mio amore è negro per davvero!” ..Sì, giuro. Le mie prime parole relative al concerto sono state Il. Mio. Amore. É. Negro. Per. Davvero.
Va bene.
“Come è dal vivo?”
“Mamma, sono riuscita a toccarlo..” E son scoppiata a piangere.
Ok, adesso forse ho realizzato di essere stata al concerto.
…Forse.
Appena arrivate in hotel, crollo dal sonno. Morta, proprio. Nel mio pigiamino di Hello Kitty.
Al mattino, il dramma del ritorno alla vita vera.
Guardiamo i video e le foto di Deb e Gre, lanciandoci nei primi “ma ti ricordi quando?”
La cosa veramente bella è che io e Gre parlavamo esclusivamente di Jongup e Himchan.
“Su quel palco, erano in cinque. LUI non c’era.”
Il piano per la domenica: girare per la città sperando di incontrarli.
E io ho una vescica dietro al piede sinistro che è tumorale.
Faccio una fatica fottuta a camminare. Non riesco a star dietro alle altre.
“Ok, rega. So che non approverete la mia decisione, ma..” 
Mi fermo, mi tolgo una scarpa, e riprendo a camminare, tutta orgogliosa. Dio, sì. Ho un orgasmo.
In stazione centrale, solo ragazze con la felpa, la maglietta e i poster del concerto. Abbiamo letteralmente invaso Dusseldorf.
Passeggiamo un po’ per il centro, appropinquandoci all’hotel dei ragazzi. Almeno noi siamo discrete e non ci facciamo scacciare malamente perché ci siamo appostate dal mattino.
Il che significa che non sono mai usciti. Peccato. Avrei voluto vederli.
Facciamo amicizia con un anatroccolo rinominato “GiongAAAAP”. (Io lo chiamavo e lui mi rispondeva, era amore vero.) 
E poi ci spostiamo in aeroporto. Con una depressione post-concerto che non auguro a nessuno.
…Anche perché non se n’è ancora andata. E siamo a quasi due mesi, mo.
Devo ammettere di aver costantemente cercato con lo sguardo una sola persona, purtroppo.
Perché sono una bambina. Ma, ehi, avrei avuto l’occasione di ammirarlo per sole due ore. Chissà quando mai torneranno. Me lo devo consumare, proprio.
Maaaa..Le coreografie prevedono continui scambi di posizione. Perciò, ho avuto l’occasione di guardarli tutti.
E a fine concerto sono addirittura stata in grado di formulare alcuni pensieri coerenti.
Zelo. Il più piccolo dei sei. Un concentrato di talenti da invidia. Un fisico davvero mozzafiato, ma con un faccino da angioletto che, seriamente, mi sento la peggio pedofila.
Daehyun. Un viso truccatissimo e una voce da brividi (ha anche stonato, che dolce <//3), i sorrisi più patati sono i suoi, con quelle guanciotte.
Youngjae. Estroverso e disinibito all’inverosimile, in contrasto ad una bellezza pura e innocente, quanto la sua voce.
Jongup. Fisico scultoreo (meglio di quello che albergava nelle mie fantasie), dalla doppia personalità e dalla voce nasale da bimbo.
Himchan. Un ragazzo che è pienamente cosciente dell’effetto che ha sulle ragazze, ma che ha comunque paura di quello che gli altri possano dire o pensare di lui, dalla bellezza sconvolgente (non so in che altro modo descriverlo), con dei sorrisi che ti sciolgono il cuore e ti spezzano le gambe.
E poi…Lui. Bang Yongguk.
Sono riuscita a parlare di lui soltanto una settimana dopo il concerto.
Mi aspettavo di tornare a casa sconvolta, ma non così tanto.
Cosa pensavo di lui prima di vederlo:
-è brutto
-ha una voce porca
-quel collo mi fa del male fisico
-ha le gambe storte
-non sa l’inglese
-lecca il culo (e anche male)
-ha un tatuaggio inguardabile
-ce l’ha piccolo
Sì, più o meno l’ho descritto. (...Si scherza ovviamente.)
Con queste convinzioni, io mi sono innocentemente presentata al concerto.
Poi, è entrato. Un’apparizione.
“Puttana eva, è anche bello.” Cominciamo malissimo.
Per tutta One Shot, appena mi compariva davanti quei tre nanosecondi, riuscivo solo a pensare “collo”.
E subito dopo “Bene, sono fottuta”.
Poi, va beh, appena ha aperto la bocca e ha detto le sue prime paroline, mi son sentita morire.
Quella voce, al computer, non è mica così tanto zozza. Maledizione.
Oh, e mi ha smentito sull’inglese. Nessuna pronuncia sbagliata. Ma io non lo so.
E le gambe storte? Ma chi le ha viste, le gambe storte. Ma per favore.
…Piccolo ce l’ha sempre piccolo, è inutile. Pazienza. Va bene così.
E il tatuaggio. Madonna, contavo tantissimo su quel tatuaggio. La mia ancora di salvezza.
Per non perdere completamente la testa per lui.
E dal vivo è pure bello.
Lo odio.
Fa schifo.
Se ne deve andare.
È perfetto.

Insomma, gente: non appassionatevi al kpop.
Se ci siete già dentro, non trovatevi un Ultimate Group.
Se lo avete già, non andate al concerto.
Perché, se andate al concerto del gruppo in cui c’è il vostro Ultimate, vi fottete l’esistenza. Per sempre.