Secondo giorno: Squalo balena
Unknown,
giovedì 16 giugno 2016,
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Avevo impostato la sveglia alle 7,
date che avevamo deciso di uscire per le 7 e 30. Ogni singolo minuti di questa
vacanza dovrà essere sfruttato appieno, e non lo sprecheremo di certo dormendo
più del necessario.
Mi son svegliata di soprassalto,
temendo di non aver sentito la sveglia. Ma, quando mi son alzata a controllare
l’ora, con un sospiro di frustrazione mi son ributtata tra le soffici coperte
di questo lussuoso hotel. Sono soltanto le 5. E io, ovviamente, non riesco più
a prendere sonno.
Immagino sia il celeberrimo
jet-lag. O ho dormito abbastanza.
O, forse, sono così emozionata che
non posso più aspettare ulteriormente.
Sono a Kyoto. Voglio vedere Kyoto.
Dormire è alquanto inutile, se mi sento così fresca e riposata.
La mia compagna di stanza non è del
mio stesso parere, visto che sta (giustamente) ronfando beata.
Così, passo il tempo controllando
le notifiche e giocando con il cellulare. Sempre e costantemente in carica; non
sia mai che tra due ore mi muore.
Alle 7 il telefono suona, e con
molta difficoltà anche la mia compagna si sveglia.
Oggi abbiamo in programma di
visitare Osaka, principalmente per l’acquario.
Scelgo l’outfit ma, all’ultimo,
cambio decisamente idea. Volevo mettere i pantaloncini con le calze nere, ma
quelle che ho messo in valigia sono piuttosto velate, e mi vergogno. Perciò,
ripiego sui pantaloni lunghi. Non che sia un’idea poi così tanto pessima, visto
il freschino di questa mattina.
Alle 7 e 30 i nostri due Luca
bussano alla porta e, con un leggero ritardo, partiamo per la nostra vera e
propria prima avventura giapponese.
Nessuno di noi ha fame, perciò
rimandiamo la colazione a quando saremo giunto a Osaka.
Ed è ora di affrontare la prima
vera grande ansia dello stare in Giappone: prendere i mezzi pubblici.
Chiunque io conosca, mi ha
preparata al peggio: la metro dei Giappone è qualcosa di incomprensibile e
difficilissimo da prendere.
…A meno che tu non abbia a
disposizione Google Maps, pensavo. Ingenuamente.
Abbiamo raggiunto la metro
piuttosto facilmente. Ma, appena scese le scale, ci siamo ritrovati davanti a
qualcosa più grande di noi: macchinette completamente in giapponese, mappe
dagli incredibili intrecci di colori, nessuno che capisse la nostra lingua. A
gesti e vagamente in inglese, riusciamo a ottenere qualche spiegazione relativa
al funzionamento della macchina, ma non siamo propriamente sicuri se la fermata
che stiamo premendo sia effettivamente quella a cui scenderemo. Staremo pagando
di più, o furtando il Giappone?
In ogni caso, inserisco una
banconota da 10000 e mi prendo il mio bigliettino piccolissimo, accompagnato da
una valanga di resto. Ottimo modo per avere facilmente pezzi piccoli, da
spendere soprattutto per il cibo. Quando tocca a mio fratello, però, le cose
non vanno esattamente come speravamo. La macchinetta si è presa i soldi, ha
detto qualcosa in giapponese e non sta restituendo il biglietto. Panico. Ci
guardiamo in torno in cerca d’aiuto, ma ci sono solo studenti delle medie che
vagano avanti e indietro, in gruppetti da tre. Poi, noto un pulsante per le
emergenze, che brilla sulla macchinetta. Beh, chiediamo aiuto. Lo premiamo e ci
guardiamo intorno, nell’attesa che qualcuno ci raggiunga.
Ma, con nostra somma sorpresa,
nessuno viene ad aiutarci. Non è necessario.
Non quando la macchinetta si apre e
ci troviamo davanti un signore anzianissimo che vuole sapere come può esserci
d’aiuto. Credo di aver urlato.
COSA CI FA UN OMINO ANZIANO DENTRO
ALLA MACCHINETTA DEI BIGLIETTI!
Alessia gli spiega la situazione e,
nel giro di venti secondi, abbiamo il nostro biglietto. Lo sportello si
richiude, e noi ci chiediamo se questa cosa sia successa veramente oppure no.
Ora che abbiamo i biglietti,
seguiamo le indicazioni di Maps e raggiungiamo il nostro binario. Il viaggio
verso Osaka sarà piuttosto lungo, credo il più lungo che faremo durante tutta
la vacanza.
Prendere i mezzi pubblici in
Giappone è veramente stranissimo. Aleggia un’aura di silenzio mistico.
Interrotto solo dalle chiacchiere di certi quattro italiani che sanno proprio
come farsi riconoscere.
Sì, qui parliamo solo noi. I
giapponesi, tutti in fila ordinata, salgono, si accomodano e guardano il
cellulare. Non vola una mosca. Non si guardano nemmeno. Sembrano tutti
depressi. O robot programmati per alzarsi, mettersi in fila e fiondarsi al
lavoro. Punto.
Fa abbastanza impressione,
soprattutto quando a salire sono gruppi di ragazzi giovani che palesemente si
conoscono, ma che smettono di calcolarsi non appena prendono posto. Tranne
alcuni, studentelli delle medie, che ridono e scherzano. Sembrano quasi fuori
luogo.
Credo che anche loro stiano andando
all’acquario. Guardo fuori dai finestrini, per godermi questo paesaggio così
diverso dal mio solito, gustandomi i fiori di ciliegio e gli innumerevoli campi
da baseball. Quanto giocano a baseball, però.
Scendiamo alla fermata che ci ha
segnalato Maps, e iniziamo a seguire i cartelli. Fortunatamente, l’acquario di
Osaka è ben segnalato; e poi ci stanno andando praticamente tutti.
Raggiungiamo l’uscita della metro
percorrendo un corridoio decorato dalle foto degli ospiti dell’acquario. Scese
le scale, ci troviamo nel cuore della città, ancora dormiente. È pieno di
negozi di cibo, ma non c’è nulla di aperto. Tranne un piccolo bar, alla destra
del centro commerciale che sta proprio di fronte all’acquario. Iniziamo a
sentire un certo languorino: è ora di recuperare la colazione!
Il piccolo bar avrà le stesse
dimensioni di camera mia. Ci sono solo tre tavoli, di cui uno occupato da due
signore. I proprietari sono una coppia di anziani dolcissimi che, non appena ci
accomodiamo, corrono a offrirci una brocca d’acqua con il ghiaccio.
Ah, giusto: l’acqua è g r a t i s.
Ovunque. Tu basta sederti in un qualsiasi locale, e l’acqua compare come per
magia. Pazzesco.
I due Luca ordinano delle brioche
salate, per me e Alessia una fetta di torta al cioccolato. I menù sono
completamente scritti in giapponese, ma per fortuna sono sempre accompagnati da
foto.
Certo, spesso sono ingannevoli, ma
almeno puoi farti mezza idea di cosa sta per arrivarti.
È tutto così buono, soprattutto
dopo la cena rivoltante di ieri. La giornata è iniziata già benissimo.
L’unica pecca, che per mio fratello
è una vera manna dal cielo, è che in questo locale si può fumare. Va da sé che,
viste le modeste dimensioni, l’aria qui dentro è praticamente irrespirabile. Ma
non posso lamentarmi, perché i due proprietari sono così carini che l’unica
cosa che puoi fare è amarli incondizionatamente. Loro non capiscono noi, noi
non capiamo loro, ma va benissimo così. Perché basta un sorriso ed un inchino,
per comunicare.
Andata la colazione, possiamo
finalmente raggiungere l’acquario. Attraversiamo la strada, accompagnati
dall’ormai famigliare suono del semaforo verde, insieme ad un bel gruppo di
giapponesi. Davanti a noi si staglia una gigantesca giraffa fatta con i Lego,
sfondo ottimale per la selfie di inizio giornata. Superato il centro
commerciale, ci troviamo davanti all’immenso edificio che ospita l’acquario. Mi
ricorda molto quello di Genova, soprattutto perché vicino c’è ormeggiato un
veliero. Ci mettiamo in fila e compriamo il biglietto. Prima di entrare, mio
fratello si gode un’ultima sigaretta, e noto che due ragazzi lo stanno
osservando e indicando, mentre si dicono qualcosa. Lo faccio notare a mio
fratello, che li guarda e sorride. I loro occhi sono puntati sul suo polso.
“iWatch!” dice, indicandolo
orgoglioso. E quelli strabuzzano gli occhietti, ripetendo “Sugoi, sugoi!”.
Saliamo le scale e, davanti all’entrata, troviamo una statua dello Squalo
Balena, vero protagonista dell’acquario. E motivo principe che ci ha spinti a
venire a visitarlo.
Dopo aver fatto una foto con la
statua (e averne scattata una al cestino della spazzatura a forma di pinguino),
entriamo. L’acquario si sviluppa dall’alto verso il basso: si sale una infinita
scala mobile e le vasche si susseguono con una leggera pendenza, fino a che si
torna al piano terra.
Subito ci troviamo un corridoio che
attraversa una di quelle vasche dove i pesci ti nuotano sopra la testa, come
succede al Sea Life di Gardaland. Mi obbligo a spostarmi il prima possibile da
lì: adoro così tanto vedere quelle bestioline nuotarmi appena sopra la testa
che so che potrei benissimo finire con il trascorrere lì tutta la giornata.
La prima zona è molto simile alla
Biosfera di Genova, una specie di serra dove gli animali sono liberi. Siamo
solo all’inizio, ma già sento di non volermene andare mai: davanti a me ci sono
tre lontre che fanno le capriole e si strusciano tra loro. Sono veramente
adorabili, non ce la faccio.
Penso di aver scattato una ventina
di foto tutte uguali, ma non riesco proprio a smettere.
Quando trovo la forza di avanzare,
mi trovo di fronte al primo degli animali spropositamente grandi ospitati
dall’acquario. È un po’ nascosto, al buio. Non so nemmeno dire che animale
fosse. So soltanto che rimango sconvolta dalle sue dimensioni. Seguono alcune
pareti tappezzate da strani granchietti scalatori di colore arancio. Io ho il
terrore dei granchi, ma questi mi fanno tenerezza, così appiccicati ai lastroni
di roccia umida e luccicante.
Dopo di che, si torna all’interno.
Ogni zona rappresenta un Paese diverso. Vediamo talmente tanti animali da
perdere il conto. So soltanto che il mio unico pensiero è sempre “Oddio, ma
quanto sono grosse ste bestie”. Beh, se non altro ho la certezza che i
giapponesi li riempiono di cibo.
E dopo questo strano mammifero che
sembra un criceto delle dimensioni di un alano, qualche pinguino in posa e dei
polpi invisibili, finalmente raggiungiamo il vero protagonista. A lui è
dedicata la vasca più grande di tutto l’acquario. È come se fosse una grossa
colonna portante, attorno alla quale si distribuiscono tutte le altre, a mo di
pilastro di una scala a chiocciola.
La vedi a ripetizione, da tutte le
angolazioni possibili ed immaginabili; ma lo squalo balena si merita questo ed
altro. È una creatura veramente maestosa e gigantesca. Beh, grazie. È una balena.
Ma, davvero. Quando arriva verso di
te, nuotando con lentezza ed eleganza calcolata, ti senti sparire. Nella vasca
non c’è solo lui, anche se i tuoi occhi finiscono col cercarlo in
continuazione. È più forte di te. L’unica creatura che riesce efficacemente a
distogliere la tua attenzione dal vero protagonista è la manta…Che è
gigantesca. Seriamente. Si spiaccicava contro il vetro, in cerca di attenzioni.
Ed era larga quanto l’apertura delle mie braccia. Non avevo mai visto un
esemplare tanto enorme prima d’ora.
Amo tutto, di questo acquario.
Dalle foche che non stanno ferme un secondo ai granchi giganteschi che si
mettono in posa dietro alla gente che si sta scattando un selfie con la loro
vasca, noi compresi.
Per non parlare delle meduse! Mai
viste così tante, in un acquario! Nemmeno a Genova, ai tempi d’oro. Ho ancora
dei problemi con queste creature, dal momento che un attacco di meduse non è
facilmente dimenticabile; però, finché se ne stanno nelle loro vasche, non
posso fare a meno di osservare con ammirazione forme di vita così straordinarie
da sembrare..Magiche.
C’è anche una zona dall’impronta
didattica dedicata agli squali, dove ho potuto intravedere degli squaletti
piccolissimi ancora all’interno delle loro uova. Sono illuminate da speciali
lampadine gialle, che ti permettono di scrutare i movimenti dei piccoli. È
davvero emozionante. Mi dispiace, ma non trovo altre parole per descriverlo.
Il nostro giro termina, un po’ come
tutti gli acquari, in una zona in cui puoi accarezzare le mante e, novità!, uno
squaletto. Ammetto di non avere il coraggio di porgere la mano ad uno
squaletto, ma una carezzina a quella manta che si sta avvicinando ci sta tutta.
Foto da mandare subito alla mamma, ovviamente.
Subito dopo, ti trovi catapultato
nel negozio di souvenir, dove Luca mi compra un portachiavi a forma di pinguino
obesissimo, lo amo.
Usciti dall’acquario, andiamo al
centro commerciale di fronte, per mangiare qualcosa. Non potrà andarci peggio
di ieri. Essendo un centro commerciale, il piano terra è praticamente zeppo di
fastfood, il che rende la ricerca del pranzo estremamente semplice. Gli altri
mangiano da KFC, dove in regalo con il menù ti danno un pupazzetto dei Pokèmon
da attaccare alla cannuccia. L’unica pecca è che i giapponesi sono fissati con le
estrazioni, e quindi lo devi scegliere randomicamente. Avrei voluto Sylveon, ma
non l’abbiamo trovato.
Io, invece, ho preso un bel panino
da Subway. È così magico, Subway. Ti crei il panino che vuoi tu, mettendoci
solo quello che vuoi tu. Insomma, almeno sono sicura di non trovarci dentro
chissà quale salsina maledetta. O le cipolle. I giapponesi mettono le cipolle
ovunque.
Finito il panino, mi son presa una
bella coppetta di gelato fiori di ciliegio e yogurt alla pesca, scelto
esclusivamente perché nella foto c’erano queste carotine piccolissime e volevo
provarle. Erano di cioccolato bianco, gnam.
La seconda tappa di oggi è il
Castello di Osaka. Si trova in mezzo ad un parco immenso, ovviamente pieno di
ciliegi in fiore misti ad alcuni che stanno ormai sfiorendo.
Dopo aver scattato alcune foto, ci
mettiamo in fila per acquistare il biglietto. Anche se, ad essere sinceri, non
siamo proprio convinti che questa fila sia per il biglietto. Così, Ale chiede
al primo giapponese che trova, ma questo le risponde che è cinese e non sa
mezza parola di giapponese.
Ehi, non è da razzisti. Gli
asiatici stessi ammettono che è impossibile stabilire da dove provengano solo
guardandoli (alla faccia delle varie giappominkia/koreaminkia).
Alla fine, la fila è quella giusta,
ed il biglietto si fa alle macchinette. Saliamo le scale di pietra, pronti per
la scarpinata che ci porterà alla terrazza panoramica della cima, curiosi di
vedere l’interno di un autentico castello giapponese.
Ma la delusione è cocente: si
tratta di un museo qualsiasi, tutto moderno. Le uniche cose storiche che puoi
vedere sono in una stupida teca. Non credevo l’avessero ristrutturato a tal
punto da inserire UN ASCENSORE PER ARRIVARE IN CIMA. Sarò troppo ingenua io, ma
sono abituata a scalare gli edifici storici, anche a costo di rimetterci la
milza.
I primi due piani li visitiamo
pure, ma la delusione è così forte che cominciamo a percorrere le rampe di
scale senza soffermarci più di tanto su ciò che ogni piano ospita.
Ma la vista che ti accoglie appena
raggiungi la cima vale ogni gradino, e cancella completamente la delusione per
l’eccesiva modernità. Il parco è immenso, tutto rosato e pieno di edifici che
nella mia ignoranza non saprei nemmeno come chiamare, so soltanto che sono
bellissimi e pittoreschi e così…Giapponesi?
Sì, finalmente inizio a rendermi
conto di essere in Giappone. Tutti quei palazzoni ultra moderni non mi
aiutavano di certo a realizzarlo. Ma eccoci qui. Ciao, Giappone! La Shu ti ama
già!
Dopo aver osservato per un po’ il
parco dall’alto, decidiamo che sia ora di scendere. È tutto meraviglioso, ma
voglio vedere di più.
Ci sediamo un attimo di fronte al
castello, per riposare ed ammirare una tale straordinaria vista che in Italia
(e Europa) ci sogniamo proprio. …No, con questo non intendo dire “abbasso l’Italia
W il Giappone”, affatto. È solo una costatazione dell’ovvio: tutto questo, da
noi, proprio non esiste.
La terza e ultima tappa per questo
secondo giorno è una tappa estremamente turistica e commerciale, che non conoscevo,
lo ammetto. L’ha trovata Luca su Google.
Si chiama Dotonbori, ed è
estremamente rumorosa e pittoresca. Sostanzialmente, si tratta di un quartiere
di negozi e ristoranti, pieno di gente, musica e colori. Subito vengo attratta
dai numerosi maxi schermi che passano in continuazione ragazzini e ragazzine
che cantano e ballano. Idol, idol ovunque. E gli enormi cartelloni pubblicitari
che occupano l’intera facciata di palazzoni altissimi.
E la musica. Musica ovunque. Musica
che si mischia al chiacchiericcio della folla, musica che si mischia alle urla
dei negozianti intenti nell’arduo compito di accalappiare clienti, musica che
si mischia ad altra musica.
E le “statue” immense utilizzate
come insegna per i ristoranti. Vedo un drago Shenron, ma anche polipi e granchi
che si muovono. SI MUOVONO! Sono appesi a due metri da terra e SI MUOVONO.
Incredibile.
Passeggiamo un po’ per la via,
entrando oziosamente in qualche negozio, per curiosità. Fino all’ora di cena.
Io stasera non ho proprio nessuna
intenzione di sprecare uno yen in cibo da buttare via. Mi è bastata la cena di
ieri.
Così, appena leggo l’insegna “Ristorante italiano” mi fiondo senza alcun dubbio e senza alcuna remora. E chissene frega se di “italiano” non avrà visto nemmeno mezza foglia di basilico: mi fido sicuramente di più di piatti mai visti prima.
Così, appena leggo l’insegna “Ristorante italiano” mi fiondo senza alcun dubbio e senza alcuna remora. E chissene frega se di “italiano” non avrà visto nemmeno mezza foglia di basilico: mi fido sicuramente di più di piatti mai visti prima.
Da bravi italiani ordiniamo la
pizza MAGLITA. Che di pizza non aveva proprio nulla, manco la pasta. Era una
specie di torta salata. Ma, cazzo, che buona. Sono molto felice.
Questa giornata è iniziata nel
migliore dei modi ed è finita anche meglio. Non posso proprio lamentarmi.
Con questa gioia nel cuore,
trascino il mio corpo stanco ma veramente soddisfatto nella vasca da bagno, non
appena rientrati in hotel. E vado a dormire ancora più felice.
Perché, domani, visiteremo il
Ninna-ji, vero motivo che mi ha spinta a Kyoto.
E Mayu potrà pregare per Takuma.
E Mayu potrà pregare per Takuma.
