Shu From Mars
Secondo giorno: Squalo balena
Unknown, giovedì 16 giugno 2016, 0 comments
Avevo impostato la sveglia alle 7, date che avevamo deciso di uscire per le 7 e 30. Ogni singolo minuti di questa vacanza dovrà essere sfruttato appieno, e non lo sprecheremo di certo dormendo più del necessario.
Mi son svegliata di soprassalto, temendo di non aver sentito la sveglia. Ma, quando mi son alzata a controllare l’ora, con un sospiro di frustrazione mi son ributtata tra le soffici coperte di questo lussuoso hotel. Sono soltanto le 5. E io, ovviamente, non riesco più a prendere sonno.
Immagino sia il celeberrimo jet-lag. O ho dormito abbastanza.
O, forse, sono così emozionata che non posso più aspettare ulteriormente.
Sono a Kyoto. Voglio vedere Kyoto. Dormire è alquanto inutile, se mi sento così fresca e riposata.
La mia compagna di stanza non è del mio stesso parere, visto che sta (giustamente) ronfando beata.
Così, passo il tempo controllando le notifiche e giocando con il cellulare. Sempre e costantemente in carica; non sia mai che tra due ore mi muore.
Alle 7 il telefono suona, e con molta difficoltà anche la mia compagna si sveglia.
Oggi abbiamo in programma di visitare Osaka, principalmente per l’acquario.
Scelgo l’outfit ma, all’ultimo, cambio decisamente idea. Volevo mettere i pantaloncini con le calze nere, ma quelle che ho messo in valigia sono piuttosto velate, e mi vergogno. Perciò, ripiego sui pantaloni lunghi. Non che sia un’idea poi così tanto pessima, visto il freschino di questa mattina.
Alle 7 e 30 i nostri due Luca bussano alla porta e, con un leggero ritardo, partiamo per la nostra vera e propria prima avventura giapponese.
Nessuno di noi ha fame, perciò rimandiamo la colazione a quando saremo giunto a Osaka.
Ed è ora di affrontare la prima vera grande ansia dello stare in Giappone: prendere i mezzi pubblici.
Chiunque io conosca, mi ha preparata al peggio: la metro dei Giappone è qualcosa di incomprensibile e difficilissimo da prendere.
…A meno che tu non abbia a disposizione Google Maps, pensavo. Ingenuamente.
Abbiamo raggiunto la metro piuttosto facilmente. Ma, appena scese le scale, ci siamo ritrovati davanti a qualcosa più grande di noi: macchinette completamente in giapponese, mappe dagli incredibili intrecci di colori, nessuno che capisse la nostra lingua. A gesti e vagamente in inglese, riusciamo a ottenere qualche spiegazione relativa al funzionamento della macchina, ma non siamo propriamente sicuri se la fermata che stiamo premendo sia effettivamente quella a cui scenderemo. Staremo pagando di più, o furtando il Giappone?
In ogni caso, inserisco una banconota da 10000 e mi prendo il mio bigliettino piccolissimo, accompagnato da una valanga di resto. Ottimo modo per avere facilmente pezzi piccoli, da spendere soprattutto per il cibo. Quando tocca a mio fratello, però, le cose non vanno esattamente come speravamo. La macchinetta si è presa i soldi, ha detto qualcosa in giapponese e non sta restituendo il biglietto. Panico. Ci guardiamo in torno in cerca d’aiuto, ma ci sono solo studenti delle medie che vagano avanti e indietro, in gruppetti da tre. Poi, noto un pulsante per le emergenze, che brilla sulla macchinetta. Beh, chiediamo aiuto. Lo premiamo e ci guardiamo intorno, nell’attesa che qualcuno ci raggiunga.
Ma, con nostra somma sorpresa, nessuno viene ad aiutarci. Non è necessario.
Non quando la macchinetta si apre e ci troviamo davanti un signore anzianissimo che vuole sapere come può esserci d’aiuto. Credo di aver urlato.
COSA CI FA UN OMINO ANZIANO DENTRO ALLA MACCHINETTA DEI BIGLIETTI!
Alessia gli spiega la situazione e, nel giro di venti secondi, abbiamo il nostro biglietto. Lo sportello si richiude, e noi ci chiediamo se questa cosa sia successa veramente oppure no.
Ora che abbiamo i biglietti, seguiamo le indicazioni di Maps e raggiungiamo il nostro binario. Il viaggio verso Osaka sarà piuttosto lungo, credo il più lungo che faremo durante tutta la vacanza.
Prendere i mezzi pubblici in Giappone è veramente stranissimo. Aleggia un’aura di silenzio mistico. Interrotto solo dalle chiacchiere di certi quattro italiani che sanno proprio come farsi riconoscere.
Sì, qui parliamo solo noi. I giapponesi, tutti in fila ordinata, salgono, si accomodano e guardano il cellulare. Non vola una mosca. Non si guardano nemmeno. Sembrano tutti depressi. O robot programmati per alzarsi, mettersi in fila e fiondarsi al lavoro. Punto.
Fa abbastanza impressione, soprattutto quando a salire sono gruppi di ragazzi giovani che palesemente si conoscono, ma che smettono di calcolarsi non appena prendono posto. Tranne alcuni, studentelli delle medie, che ridono e scherzano. Sembrano quasi fuori luogo.
Credo che anche loro stiano andando all’acquario. Guardo fuori dai finestrini, per godermi questo paesaggio così diverso dal mio solito, gustandomi i fiori di ciliegio e gli innumerevoli campi da baseball. Quanto giocano a baseball, però.
Scendiamo alla fermata che ci ha segnalato Maps, e iniziamo a seguire i cartelli. Fortunatamente, l’acquario di Osaka è ben segnalato; e poi ci stanno andando praticamente tutti.
Raggiungiamo l’uscita della metro percorrendo un corridoio decorato dalle foto degli ospiti dell’acquario. Scese le scale, ci troviamo nel cuore della città, ancora dormiente. È pieno di negozi di cibo, ma non c’è nulla di aperto. Tranne un piccolo bar, alla destra del centro commerciale che sta proprio di fronte all’acquario. Iniziamo a sentire un certo languorino: è ora di recuperare la colazione!
Il piccolo bar avrà le stesse dimensioni di camera mia. Ci sono solo tre tavoli, di cui uno occupato da due signore. I proprietari sono una coppia di anziani dolcissimi che, non appena ci accomodiamo, corrono a offrirci una brocca d’acqua con il ghiaccio.
Ah, giusto: l’acqua è g r a t i s. Ovunque. Tu basta sederti in un qualsiasi locale, e l’acqua compare come per magia. Pazzesco.
I due Luca ordinano delle brioche salate, per me e Alessia una fetta di torta al cioccolato. I menù sono completamente scritti in giapponese, ma per fortuna sono sempre accompagnati da foto.
Certo, spesso sono ingannevoli, ma almeno puoi farti mezza idea di cosa sta per arrivarti.
È tutto così buono, soprattutto dopo la cena rivoltante di ieri. La giornata è iniziata già benissimo.
L’unica pecca, che per mio fratello è una vera manna dal cielo, è che in questo locale si può fumare. Va da sé che, viste le modeste dimensioni, l’aria qui dentro è praticamente irrespirabile. Ma non posso lamentarmi, perché i due proprietari sono così carini che l’unica cosa che puoi fare è amarli incondizionatamente. Loro non capiscono noi, noi non capiamo loro, ma va benissimo così. Perché basta un sorriso ed un inchino, per comunicare.
Andata la colazione, possiamo finalmente raggiungere l’acquario. Attraversiamo la strada, accompagnati dall’ormai famigliare suono del semaforo verde, insieme ad un bel gruppo di giapponesi. Davanti a noi si staglia una gigantesca giraffa fatta con i Lego, sfondo ottimale per la selfie di inizio giornata. Superato il centro commerciale, ci troviamo davanti all’immenso edificio che ospita l’acquario. Mi ricorda molto quello di Genova, soprattutto perché vicino c’è ormeggiato un veliero. Ci mettiamo in fila e compriamo il biglietto. Prima di entrare, mio fratello si gode un’ultima sigaretta, e noto che due ragazzi lo stanno osservando e indicando, mentre si dicono qualcosa. Lo faccio notare a mio fratello, che li guarda e sorride. I loro occhi sono puntati sul suo polso.
“iWatch!” dice, indicandolo orgoglioso. E quelli strabuzzano gli occhietti, ripetendo “Sugoi, sugoi!”. Saliamo le scale e, davanti all’entrata, troviamo una statua dello Squalo Balena, vero protagonista dell’acquario. E motivo principe che ci ha spinti a venire a visitarlo.
Dopo aver fatto una foto con la statua (e averne scattata una al cestino della spazzatura a forma di pinguino), entriamo. L’acquario si sviluppa dall’alto verso il basso: si sale una infinita scala mobile e le vasche si susseguono con una leggera pendenza, fino a che si torna al piano terra.
Subito ci troviamo un corridoio che attraversa una di quelle vasche dove i pesci ti nuotano sopra la testa, come succede al Sea Life di Gardaland. Mi obbligo a spostarmi il prima possibile da lì: adoro così tanto vedere quelle bestioline nuotarmi appena sopra la testa che so che potrei benissimo finire con il trascorrere lì tutta la giornata.
La prima zona è molto simile alla Biosfera di Genova, una specie di serra dove gli animali sono liberi. Siamo solo all’inizio, ma già sento di non volermene andare mai: davanti a me ci sono tre lontre che fanno le capriole e si strusciano tra loro. Sono veramente adorabili, non ce la faccio.
Penso di aver scattato una ventina di foto tutte uguali, ma non riesco proprio a smettere.
Quando trovo la forza di avanzare, mi trovo di fronte al primo degli animali spropositamente grandi ospitati dall’acquario. È un po’ nascosto, al buio. Non so nemmeno dire che animale fosse. So soltanto che rimango sconvolta dalle sue dimensioni. Seguono alcune pareti tappezzate da strani granchietti scalatori di colore arancio. Io ho il terrore dei granchi, ma questi mi fanno tenerezza, così appiccicati ai lastroni di roccia umida e luccicante. 
Dopo di che, si torna all’interno. Ogni zona rappresenta un Paese diverso. Vediamo talmente tanti animali da perdere il conto. So soltanto che il mio unico pensiero è sempre “Oddio, ma quanto sono grosse ste bestie”. Beh, se non altro ho la certezza che i giapponesi li riempiono di cibo.
E dopo questo strano mammifero che sembra un criceto delle dimensioni di un alano, qualche pinguino in posa e dei polpi invisibili, finalmente raggiungiamo il vero protagonista. A lui è dedicata la vasca più grande di tutto l’acquario. È come se fosse una grossa colonna portante, attorno alla quale si distribuiscono tutte le altre, a mo di pilastro di una scala a chiocciola.
La vedi a ripetizione, da tutte le angolazioni possibili ed immaginabili; ma lo squalo balena si merita questo ed altro. È una creatura veramente maestosa e gigantesca. Beh, grazie. È una balena.
Ma, davvero. Quando arriva verso di te, nuotando con lentezza ed eleganza calcolata, ti senti sparire. Nella vasca non c’è solo lui, anche se i tuoi occhi finiscono col cercarlo in continuazione. È più forte di te. L’unica creatura che riesce efficacemente a distogliere la tua attenzione dal vero protagonista è la manta…Che è gigantesca. Seriamente. Si spiaccicava contro il vetro, in cerca di attenzioni. Ed era larga quanto l’apertura delle mie braccia. Non avevo mai visto un esemplare tanto enorme prima d’ora.
Amo tutto, di questo acquario. Dalle foche che non stanno ferme un secondo ai granchi giganteschi che si mettono in posa dietro alla gente che si sta scattando un selfie con la loro vasca, noi compresi.
Per non parlare delle meduse! Mai viste così tante, in un acquario! Nemmeno a Genova, ai tempi d’oro. Ho ancora dei problemi con queste creature, dal momento che un attacco di meduse non è facilmente dimenticabile; però, finché se ne stanno nelle loro vasche, non posso fare a meno di osservare con ammirazione forme di vita così straordinarie da sembrare..Magiche.
C’è anche una zona dall’impronta didattica dedicata agli squali, dove ho potuto intravedere degli squaletti piccolissimi ancora all’interno delle loro uova. Sono illuminate da speciali lampadine gialle, che ti permettono di scrutare i movimenti dei piccoli. È davvero emozionante. Mi dispiace, ma non trovo altre parole per descriverlo.
Il nostro giro termina, un po’ come tutti gli acquari, in una zona in cui puoi accarezzare le mante e, novità!, uno squaletto. Ammetto di non avere il coraggio di porgere la mano ad uno squaletto, ma una carezzina a quella manta che si sta avvicinando ci sta tutta. Foto da mandare subito alla mamma, ovviamente.
Subito dopo, ti trovi catapultato nel negozio di souvenir, dove Luca mi compra un portachiavi a forma di pinguino obesissimo, lo amo.
Usciti dall’acquario, andiamo al centro commerciale di fronte, per mangiare qualcosa. Non potrà andarci peggio di ieri. Essendo un centro commerciale, il piano terra è praticamente zeppo di fastfood, il che rende la ricerca del pranzo estremamente semplice. Gli altri mangiano da KFC, dove in regalo con il menù ti danno un pupazzetto dei Pokèmon da attaccare alla cannuccia. L’unica pecca è che i giapponesi sono fissati con le estrazioni, e quindi lo devi scegliere randomicamente. Avrei voluto Sylveon, ma non l’abbiamo trovato.
Io, invece, ho preso un bel panino da Subway. È così magico, Subway. Ti crei il panino che vuoi tu, mettendoci solo quello che vuoi tu. Insomma, almeno sono sicura di non trovarci dentro chissà quale salsina maledetta. O le cipolle. I giapponesi mettono le cipolle ovunque.
Finito il panino, mi son presa una bella coppetta di gelato fiori di ciliegio e yogurt alla pesca, scelto esclusivamente perché nella foto c’erano queste carotine piccolissime e volevo provarle. Erano di cioccolato bianco, gnam.
La seconda tappa di oggi è il Castello di Osaka. Si trova in mezzo ad un parco immenso, ovviamente pieno di ciliegi in fiore misti ad alcuni che stanno ormai sfiorendo.
Dopo aver scattato alcune foto, ci mettiamo in fila per acquistare il biglietto. Anche se, ad essere sinceri, non siamo proprio convinti che questa fila sia per il biglietto. Così, Ale chiede al primo giapponese che trova, ma questo le risponde che è cinese e non sa mezza parola di giapponese.
Ehi, non è da razzisti. Gli asiatici stessi ammettono che è impossibile stabilire da dove provengano solo guardandoli (alla faccia delle varie giappominkia/koreaminkia).
Alla fine, la fila è quella giusta, ed il biglietto si fa alle macchinette. Saliamo le scale di pietra, pronti per la scarpinata che ci porterà alla terrazza panoramica della cima, curiosi di vedere l’interno di un autentico castello giapponese.
Ma la delusione è cocente: si tratta di un museo qualsiasi, tutto moderno. Le uniche cose storiche che puoi vedere sono in una stupida teca. Non credevo l’avessero ristrutturato a tal punto da inserire UN ASCENSORE PER ARRIVARE IN CIMA. Sarò troppo ingenua io, ma sono abituata a scalare gli edifici storici, anche a costo di rimetterci la milza.
I primi due piani li visitiamo pure, ma la delusione è così forte che cominciamo a percorrere le rampe di scale senza soffermarci più di tanto su ciò che ogni piano ospita.
Ma la vista che ti accoglie appena raggiungi la cima vale ogni gradino, e cancella completamente la delusione per l’eccesiva modernità. Il parco è immenso, tutto rosato e pieno di edifici che nella mia ignoranza non saprei nemmeno come chiamare, so soltanto che sono bellissimi e pittoreschi e così…Giapponesi?
Sì, finalmente inizio a rendermi conto di essere in Giappone. Tutti quei palazzoni ultra moderni non mi aiutavano di certo a realizzarlo. Ma eccoci qui. Ciao, Giappone! La Shu ti ama già!
Dopo aver osservato per un po’ il parco dall’alto, decidiamo che sia ora di scendere. È tutto meraviglioso, ma voglio vedere di più.
Ci sediamo un attimo di fronte al castello, per riposare ed ammirare una tale straordinaria vista che in Italia (e Europa) ci sogniamo proprio. …No, con questo non intendo dire “abbasso l’Italia W il Giappone”, affatto. È solo una costatazione dell’ovvio: tutto questo, da noi, proprio non esiste.
La terza e ultima tappa per questo secondo giorno è una tappa estremamente turistica e commerciale, che non conoscevo, lo ammetto. L’ha trovata Luca su Google.
Si chiama Dotonbori, ed è estremamente rumorosa e pittoresca. Sostanzialmente, si tratta di un quartiere di negozi e ristoranti, pieno di gente, musica e colori. Subito vengo attratta dai numerosi maxi schermi che passano in continuazione ragazzini e ragazzine che cantano e ballano. Idol, idol ovunque. E gli enormi cartelloni pubblicitari che occupano l’intera facciata di palazzoni altissimi.
E la musica. Musica ovunque. Musica che si mischia al chiacchiericcio della folla, musica che si mischia alle urla dei negozianti intenti nell’arduo compito di accalappiare clienti, musica che si mischia ad altra musica.
E le “statue” immense utilizzate come insegna per i ristoranti. Vedo un drago Shenron, ma anche polipi e granchi che si muovono. SI MUOVONO! Sono appesi a due metri da terra e SI MUOVONO. Incredibile.
Passeggiamo un po’ per la via, entrando oziosamente in qualche negozio, per curiosità. Fino all’ora di cena.
Io stasera non ho proprio nessuna intenzione di sprecare uno yen in cibo da buttare via. Mi è bastata la cena di ieri.
Così, appena leggo l’insegna “Ristorante italiano” mi fiondo senza alcun dubbio e senza alcuna remora. E chissene frega se di “italiano” non avrà visto nemmeno mezza foglia di basilico: mi fido sicuramente di più di piatti mai visti prima.
Da bravi italiani ordiniamo la pizza MAGLITA. Che di pizza non aveva proprio nulla, manco la pasta. Era una specie di torta salata. Ma, cazzo, che buona. Sono molto felice.
Questa giornata è iniziata nel migliore dei modi ed è finita anche meglio. Non posso proprio lamentarmi.
Con questa gioia nel cuore, trascino il mio corpo stanco ma veramente soddisfatto nella vasca da bagno, non appena rientrati in hotel. E vado a dormire ancora più felice.

Perché, domani, visiteremo il Ninna-ji, vero motivo che mi ha spinta a Kyoto.
E Mayu potrà pregare per Takuma.
Giorno 1: Cosa vuol dire che non trova la mia prenotazione?
Unknown, venerdì 27 maggio 2016, 0 comments
La sera prima di partire ero piuttosto stanca, ma non credevo che sarei riuscita a dormire così facilmente. Ho persino fatto fatica a rimanere sveglia fino alle 23 e 30. Ma ringrazio comunque Il Segreto per avermi aiutata a stancarmi ulteriormente, conciliandomi il sonno.
(Se non altro, almeno una l'ho vista. Al ritorno me ne sarebbero toccate altre 12.)
Quindi, alle 23 e 30 sono andata a letto. E credo di essermi addormentata nel giro di un minuto. Straordinario. Non mi era mai capitato, prima di un qualsiasi evento degno di nota. Si vede che, ultimamente, non sto ferma un attimo.
Comunque, mi son svegliata esclusivamente perché è suonato il telefono. Zero levatacce gratuite nel cuore della notte, nemmeno per la pipì. Niente ansia. Niente lucetta blu di merda che, normalmente, mi tiene sveglia. Niente di niente. Dormito da Dio. 
E non riesco a concepirlo proprio. 
Avevo impostato la sveglia per le 5. Son pure riuscita a fare colazione cosa che, di solito, mi risulta impossibile a quest'ora. Niente nausea, stavolta. Avevo persino fame.
Mi son preparata in fretta, certa che sarei stata presa dalla solita ansia del "Ho dimenticato tutto". 
Ma niente. Ennesima delusione.
Cosa cazzo mi è preso.
La partenza è per le 6. Ho subito cercato i miei gattini. Romeo è nascosto sotto al letto, sembrava offeso. Ecco, se ne vanno di nuovo e io resto qui, da solo. 
Sissy, invece, è piuttosto agitata. È la prima volta, per lei. Spero soltanto che, quando torneremo, lei non ci odierà, come ha fatto Romeo quando ero stata in vacanza poco dopo il suo arrivo in casa. Credo che non me l’abbia mai perdonato, in realtà.
L’idea era quella di arrivare in aeroporto per le 8, ma l’ansia del traffico ci ha fatti uscire di casa fin troppo presto. Se non altro, possiamo permetterci il lusso di sbagliare strada una trentina di volte. Papà è piuttosto agitato. È riuscito anche a farmi venire il panico da “ma siete sicuri che sia Linate e non Malpensa?” Fermi tutti, controlliamo i biglietti. …Ok, stiamo andando nel posto giusto.
Quando ho notato la ruota panoramica di Novegro, ho capito che eravamo praticamente arrivati.
E quindi, ormai ci siamo..Se solo si riuscisse a capire come si entra. Papà si ferma in rotonda, guardandosi intorno in cerca di ispirazione. Dando fastidio a chiunque.
Così, mi sento in dovere di inserire “Linate aeroporto” su Google Maps e fare da navigatore. Spiego la strada e mostro anche lo schermo, ma mi aggrediscono tutti dicendo che ho sbagliato. Scusate.
Dimentico sempre che dovrei farmi semplicemente i cazzi miei. Così, mi risparmio pure la batteria del cellulare.
Alle 7. Con solo un’ora di anticipo sull’anticipo, dato che il volo era alle 10 e 50. Che ridere.
…Meglio arrivare in anticipo che rischiare di perdere l’aereo, ovviamente.
Ci fermiamo davanti all’entrata, al parcheggio a ore minuti (90 centesimi ogni quarto d’ora, sti grandissimi cazzi.), ma papà insiste nel dire che quello è semplicemente il posto dove sostare, scaricare e sparire all’istante. Capisco che il prezzo sia assurdo, ma non avrebbe nemmeno senso pensare ad un prezzo, o disegnare delle righe blu in terra, se quello non fosse un normalissimo parcheggio a pagamento! Mentre mio padre si convinceva che, forse, avevamo ragione noi, ci raggiungono Luca e famiglia. I due papà volevano già sbaraccare, ma per mia mamma è importante accompagnarci dentro e lasciarci il più tardi possibile. Questa è la prima volta che i suoi figli partono insieme, ed è persino più drammatico del solito, per lei. Ci ha anche scattato delle foto. In auto, mentre mi addormentavo, in aeroporto, con i bagagli. Credo che ne stia soffrendo tantissimo, e quelle lacrime sono impossibili da fraintendere. E dire che stiamo andando a divertirci, a “realizzare i nostri sogni”, come continua a ripeterci, prima di andare verso la macchina. Ci vediamo tra dieci giorni, mamma. Non disperare!
…Sempre se l’aereo non esplode, si intende.
In tutto questo dramma famigliare (che, spero, verrà consolato dai due gatti a casa e i sette al lavoro), mancava ancora una persona all’appello: Alessia non è ancora arrivata.
Nonostante sia l’unica di Milano.
Ma non è ancora tempo di preoccuparsi: in fondo, ha detto che arriverà alle 8. Fino ad allora, cercherò di stare tranquilla. Controllando l’ora ogni due minuti.
Quando scattano le 8 e lei non è ancora tra noi, provo a chiamarla a ripetizione, ma riattacca al primo squillo. Cosa vuol dire. Cosa faccio adesso. A parte svenire, ovviamente.
Prova a chiamarla Luca, ma il risultato è lo stesso. Bene, vorrà dire che qui si parte in tre. Pazienza.
In dieci minuti, però, riesce a farci avere sue notizie su Facebook: “tra dieci minuti arrivo, scusate.”
E in una ventina di minuti arriva davvero, accompagnata dal padre, che mi chiede di scrivergli ogni tanto qualche mail perché “Non mi fido di mia figlia”. Deve essere drammatica la situazione, se preferisci fidarti di una che hai appena incontrato. Ma ok.
Finalmente, possiamo andare al banco del check-in. La valigia di mio fratello, chiaramente la più pesante, passa per soli due kg. Gli è andata bene.
La mia, invece, non capisco quale sia il problema, ma blocca la fila. Primo attacco di panico della giornata. Non riescono a stampare l’etichetta che servirà a farla arrivare in Giappone.
Sono agitatissima, come se l’idea di stare 13 ore in cielo non fosse sufficiente.
Ok, è ufficiale: le mie valigie sono già perse.
Sì, al plurale, perché all’ultimo ho cambiato idea e ho deciso di portarmi direttamente anche la seconda. Mi mandano a pagare per il bagaglio in eccesso. Norma, la signorina dell’agenzia viaggi, mi aveva detto “Stai tranquilla, sul sito dice che ti costerà 80 euro.”
E ne pago 100. Per la sola andata. Sti grandissimi cazzi.
Però ho imparato la lezione: parti DIRETTAMENTE con due valigie maledette, che ti costa un quarto.
Alessia ha avuto problemi tecnici improvvisi e, nel panico, mi chiede un assorbente. Figliola, va bene che l’agitazione scombussola tutte quante, ma puoi partire 10 giorni e non avere con te mezzo assorbente??
Seconda tappa bagno. Credo che ne farò almeno altre 10. Pipì da ansia.
Oh, finalmente sono in ansia! È un buon segno. Preferisco viverla, piuttosto che non sentire niente.
E, stavolta, credo che si tratti di ansia vera, altrimenti non mi sarei spaventata così tanto quando non ho trovato il mio bagaglio a mano. Per inciso, appena tre secondi prima Luca mi aveva chiesto se poteva darmi una mano e portarselo lui.
Passiamo ai controlli al metaldetector. Ovviamente, mi metto a suonare. Colpa delle scarpe.
Anche Ale suona. Colpa dell’elastico per capelli.
Anche Luca suona. Colpa della cintura e di non so che altro, dato che lo devono palpeggiare.
Mio fratello, invece, tutto a posto. Nonostante i mille piercing.
Ma lo fermano per il bagaglio a mano. A quanto pare, lo scanner scambia i nostri libri per bombe.
E dire che mia madre era seriamente preoccupata per il magnesio che devo bere tutte le sere, dato che è venduto sotto forma di polverina bianca. Che ridere.
Terza tappa bagno. E poi cerchiamo il gate. Nell’attesa della sua apertura, giochiamo con quei proiettori che, se ci cammini sopra, fanno muovere i pesci. In particolare, qui hanno i palloni da calcio. Che laggano come pochi.
Aperto l’imbarco, aspettiamo fino all’ultimo a metterci in fila: tanto il nostro posto mica scappa.
Siamo in fondo, sulle ali. Posto centrale e finestrino. Mai che mi diano il corridoio, comunque. Io devo alzarmi per fare la pipì!
La partenza va piuttosto liscia, non sento niente. Sarà anche che è la prima volta in vita mia che non volo low cost, ma non ho nemmeno mezzo capogiro.
Ma non passa poi così tanto prima che io cambi parere. Infatti, mi sta fischiando l’orecchio. E non quello che già mi faceva male prima di partire e per il quale avevo una certa preoccupazione.
Ci danno uno spuntino, una tortina e dell’acqua. La cosa che mi sconvolge di più è che l’acqua viene servita in uno scatolino tipo quello del Danette. Ed è conservata con l’ozono.
L’atterraggio è un po’ più doloroso, fatto di vuoti d’aria e orecchie che fischiano.
E (in due ore) siamo ad Amsterdam! È stato un po’ come se avessimo preso una navetta per raggiungere l’aereo vero.
Cerchiamo subito sul tabellone l’aereo per Osaka, e risulta “in ritardo”. La paura è prepotente in me per la seconda volta. Non sapendo dove andare per raggiungere le partenze, abbiamo chiesto ad una signorina del primo bar.
Mentre mio fratello si fuma una sigaretta veloce, noi lo aspettiamo su queste panchine a forma di tronco, sotto ad un albero finto. In sottofondo, il suono dell’acqua e degli uccellini.
Abbiamo due ore di scalo, e ne approfittiamo per pranzare da Burger King. Nuggets, patatine e milkshake agli Oreo. Ciao ciao, dieta. Ci rivediamo in Italia.
Provo ad ordinare utilizzando il numero scritto sul tabellone, ma invece di capire Prodotto numero 8, capisce 8 hamburger. E non è proprio caso.
Come pure non capisce che ho chiesto menù + milkshake, e non di sostituire la bevanda compresa con il milkshake. Il mio cuore sta già soffrendo, e non siamo ancora in Giappone.
Dopo pranzo, mio fratello va a fare il pieno di nicotina. Dato che non fumerà per 10 ore.
10 ore nel cielo.
Scendiamo, alla ricerca del Gate. Ma, prima, ci controllano il passaporto. Qui son super tecnologici. Lo devi inserire in un lettore, e la tua immagine appare in uno schermo. Una sorta di telecamera ti analizza, e ti chiede di sistemarti meglio al centro, spostare i capelli o toglierti gli occhiali.
Tutti passano, ma io sono ancora bloccata. Il tizio addetto ai controlli mi si avvicina e mi prende il passaporto. Lo guarda e urla un “WOW! SEI CAMBIATA!”
E per fortuna che al comune del mio paese mi hanno risposto “Perché lo vorresti rifare? È evidente che sei tu quella in foto. Se non me lo dicevi, mica capivo che hai perso 20 kg!” Grazie, stronzo.
Alessia va liscissima. Mio fratello rimane bloccato. “Sarà che ora ho meno capelli!”
Mentre Luca, per la macchina, non è nemmeno un cittadino europeo. Ah, la tecnologia. Ah, il futuro.
Trovato il Gate, mio fratello si concede l’ultima sigaretta. E io una pipì veloce.
Ci imbarcano.
E l’aereo…È semplicemente un gigante. Avrei dovuto aspettarmelo, ma vedere ben tre corsie di sedili da tre posti mi ha lasciata senza parole.
Ogni sedile, poi, ha uno schermo touch per i film, la musica e persino i giochi. Ed io che avevo paura di non saper come riempire il tempo. In più, è compresa una bellissima app che ti mostra dove si trova il tuo aereo in quel momento, i punti principali di interesse, tutto il percorso e quanto tempo manca all’atterraggio. Questo è veramente il futuro!
Manco a dirlo, non ho minimamente sentito la partenza. Ma zero proprio. Mi metto subito a giocare a Montezuma, uno dei giochi più belli della mia infanzia. Peccato soltanto che il tablet sia davanti ai tuoi occhi, fisso, e oltre a farteli bruciare ti distrugge pure il braccio. Bel casino. Ma Montezuma vale tutte le mie lacrime.
Non mi rendo nemmeno conto che abbiamo raggiunto la quota per cui puoi iniziare ad alzarti e passeggiare per l’aereo. Non si sente niente. È come se, in realtà, tu fossi fermissimo. E a terra.
Ma capisci che ti stai muovendo perché ti accompagna un costante rumore di sottofondo.
La terza grande sorpresa, insieme alle dimensioni e al tablet, è il finestrino. Non ha le tendine.
Ma si oscura cliccando su un tastino touch, che ti permette di regolare la luce.
Ora, io non so se sia sempre così sugli aerei costosi, ma ero così basita che non smettevo più di rabbuiare e illuminare la situazione.
Accanto a me è seduta una ragazza asiatica. Ma non dura molto: la hostess le chiede se vuole sedersi da sola, più in avanti. Così, io e Alessia abbiamo più spazio.
Ci chiedono di scegliere tra due menù, e ci portano il pranzo. …Ma noi avremmo appena mangiato!
Fortunatamente, mangio pochissimo. Perché è tutta roba strana e abbastanza schifosa.
Scarto la portata principale, che credo fosse pollo, e un’insalata dal gusto strano, tuttora non saprei dire se ci fosse o meno della frutta dentro. Accetto dei cracker, un formaggino, del burro vegano e il dolcetto buono.
Abbiamo un hostess giapponese dolcissima e bellissima, che risponde a tutte le domande di Alessia e le lascia un post-it con qualche suggerimento per parlare giapponese. Ale, infatti, sta ripassando alcune frasi chiave per muoversi là. Speriamo sia sufficiente, dato che tutti mi hanno ripetuto fino alla nausea che i giapponesi non sanno l’inglese.
(Seconda frase più sentita quando ho annunciato che andavo in Giappone, battuta soltanto da: “Ah vai in Giappone? Ti piace il sushi?? NOO?? ALLORA COSA CI VAI A FARE??”)
Dopo qualche ora di gioco intervallata da scrittura intervallata dai mandala (grazie FraH), ci consegnano alcuni documenti da compilare. Si tratta di dichiarazioni necessarie per entrare in Giappone, dove confermi di non possedere alcuni oggetti illegali.
Si fa buio, e le hostess spengono tutte le luci dell’aereo. Mancano ancora quasi sette ore all’atterraggio. Proviamo a dormire un po’.
Ad un certo punto, mi ritrovo con gli occhi aperti e con uno scatolino di acqua nella mano destra.
“Oh, ci hanno dato il gelato”, dice una voce maschile alle mie spalle.
“Ma no, è acqua” gli rispondo, quando capisco che si tratta di mio fratello.
“E il gelato.” Penso che sia pazzo, ma mi ricredo quando mi cade l’occhio sulla mano sinistra.
Sì, ci hanno seriamente svegliati per farci mangiare il gelato di merda.
…Buonissimo, eh. MA STAVO DORMENDO.
Su questo aereo devono avere una strana concezione della cortesia. Ti spengono le luci per permetterti di dormire, ma ti svegliano a caso, per riavere una stupida biro prestata ad Alessia.
Una biro.
Tu mi disturbi per una schifo di biro. Te ne compro cinque, se ti levi dal cazzo.
E se, soprattutto, eviti di buttare nella spazzatura i miei occhiali. Giuro che mi servono ancora.
Penso di essermi addormentata di nuovo, per non essere svegliata più da nessuno.
A parte la mia circolazione bloccata, che mi ha fatto vedere le stelle per un attimo. Accendo sullo schermo, curiosa di vedere quanto manchi all’atterraggio.
Due ore. Che riempio giocando, leggendo e colorando un po’. Fino a quando il pilota non annuncia che dobbiamo allacciare di nuovo le cinture. Stiamo atterrando.
Sono le 8 del mattino quando ci mettiamo in fila per il controllo dei famosi documenti che abbiamo compilato in volo. In realtà, l’omino dall’altra parte del computer non fa altro che guardarti il passaporto e ritirare quel foglietto. Un foglietto dove dichiari di possedere o meno certe cose anche piuttosto pericolose. Non so che idea si siano fatti i giapponesi dei nostri aeroporti, ma nessuno può partire con addosso certe cose. Ok che siamo meno fiscali di tanti altri paesi, ma..Andiamo: almeno in Olanda mi avrebbero fermata!
…Forse è proprio per questo che non danno minimamente peso a quei foglietti. È più un “adesso hai firmato, son cazzi tuoi”. Credo.
Dopo di che, si passa ad un banco, dove un addetto della sicurezza controlla il bagaglio a mano. Va mio fratello, e questo ovviamente gli parla solo in giapponese. Mi chiama subito, e come prima cosa lo avviso che son con lui e che non sa parlare nemmeno in inglese. Cosa che condivide con l’addetto, a quanto pare. Si comunica a gesti, conditi ogni tanto con qualche parola. Vuole sapere se ha delle sigarette, e Luca conferma. Il tizio gli mostra la foto di un pezzo di fumo, e lui dice “Nono, solo sigarette! Marlboro!”
“Oh, Maruboro. Maruboro. Sugoi.” Sapevo già che mio fratello se la sarebbe cavata pure senza di noi che parliamo inglese, altro che giapponese. Bravo.
Dopo aver riso un po’ con questo omino incredibilmente alto, andiamo verso l’uscita, alla ricerca della fermata del treno che ci porterà in centro a Kyoto.
Incastriamo le valigie nell’apposito vano, un po’ come è stato per il viaggio Milano-Parigi. Con la sola differenza che qui siamo stati aiutati.
Il viaggio dura un’oretta, ma non lo sento per niente. Non quando ho così tante cose da vedere, dal finestrino.
La prima cosa che noto: i ciliegi.
Sì, sono venuta in questo periodo proprio per i ciliegi, e quindi è OVVIO che siano in fiore.
Ma vederli dal vivo -anche se su di un treno in corsa-, dopo averli sognati per anni, è un’esperienza talmente forte che, per me, la vacanza è già bella che riuscita.
Volevo vedere i ciliegi. Volevo ammirare quell’esplosione di rosa. Ed è già successo.
Non credevo che realizzare questo sogno sarebbe stato così facile, e sono così emozionata che non riesco a non urlare ad ogni esemplare che passa frenetico.
E sono davvero parecchi. Ovunque. Ogni albero è un urletto. Chiedo perdono.
Poi, arriva un controllore e noi, prontamente, mostriamo il nostro biglietto. Ma questo non se ne va, e parla. Ci dice..Cose.
“Oddio, parla giapponese”. Sono più che sicura di averlo pensato. Non so perché mi sorprenda sempre così tanto andare in un paese e sentire la gente di lì parlare la sua cazzo di lingua cioè che problemi mi affliggono. Però mi sorprende sempre. È affascinante.
Subito ci voltiamo verso Alessia, la nostra traduttrice personale.
…Ma non sta capendo assolutamente nulla. Buono così. Lo guardiamo, interdetti. Lui continua a indicarci il biglietto, con una calma quasi trascendentale. Credo che abbia ripetuto almeno cinque volte la stessa cosa, ma non vedo mezzo cenno di nervoso sul suo volto. Io mi sarei già incazzata alla seconda volta, per dire.
Al che, interviene un ragazzo seduto accanto a noi. “Dice che dovete pagare un po’ di più. È normale.”
Benissimo. Quindi, accanto a noi, c’è sempre stato un italiano.
Che, quindi, ha capito tutti i nostri commenti ignoranti a tutto quello che stavamo vedendo, a partire dal “oddio ma giocano tutti a baseball”, passando per il “guarda quelle case strane sìsì fanno proprio Giappone” e concludendo con un bel “ma hanno tutti un orticello?”. Buono così.
Arrivati in stazione, non siamo ancora scesi dal treno che veniamo investiti da un’orda di persone che si muove uniformemente verso l’uscita, in rigorosa fila.
“Se vai  in Giappone, preparati a stare sempre in fila, per qualsiasi cosa”. Ho già avuto la prova che quest’affermazione non sia poi così tanto esagerata.
Usciti dalla stazione, veniamo a conoscenza di una cosa che è destinata a segnare la nostra vacanza.
I Giapponesi non fumano. O meglio, non tranquillamente. Non ovunque. Non per strada.
Possono farlo solo in alcuni punti specifici. Nelle fantomatiche Smoking Area.
Credo che mio fratello non abbia compreso appieno la situazione. È piuttosto positivo, al momento.
Mentre fuma, in questo gabbiotto pieno di persone, io mi guardo un po’ intorno.
E non ne vedo altri. Nemmeno piccoli piccoli, in lontananza.
Ho il vago sentore che “Smoking” e “Area” saranno le parole che utilizzerò di più in assoluto.
Vaghiamo alla ricerca del taxi che ci accompagnerà fino al nostro hotel. Dista massimo una decina di minuti in auto, e non è proprio caso di farli a piedi, con le valigie che ci ritroviamo.
Scatto la prima foto dell’arrivo a questo hotel con una torre gigante rossa e, appena mio fratello ha finito la meritatissima sigaretta post-10oreinvolo, ci scattiamo un selfie. È ora che tutto il mondo sappia che siamo giunti a Kyoto!
Devo dire che ero molto preoccupata per queste 10 ore di volo. Pensavo che sarei scesa veramente rincoglionita e che il primo giorno sarebbe stato praticamente sprecatissimo, in quanto avremmo dovuto trascinare in qualche modo i nostri mollicci corpi da zombie in giro per la città, senza goderci minimamente ciò che ci circondava.
Mi sbagliavo. Che siano state le ore di sonno accumulate (seppur poche, non credevo che sarei riuscita a dormire), o che sia soltanto l’adrenalina, sono pronta per correre e fotografare qualsiasi cosa.
Perché, finalmente, io sono in Giappone. Non mi sembra ancora vero.
Noto che ci sono molte persone in fila vicino alle varie fermate dei bus, come pure sono in fila per salire sul taxi. Sembrerà una piccolezza, ma devo ammettere di essere particolarmente stupita.
Ci accodiamo pure noi e, arrivato il nostro turno, un’anziana signora ci chiede a gesti quanti siamo. Notando le valigie, ci divide su due taxi. Le cui portiere si aprono da sole.
…BASTA, TROPPO FUTURO TUTTO INSIEME IO NON ERO PRONTA.
Ho giusto il tempo di vedere mio fratello che discute con il loro tassista, che siamo partiti.
Come per il treno, mi risulta impossibile scollare gli occhi dal finestrino. È tutto…Nuovo. E io devo guardare ovunque.
Siamo qui da pochi minuti, ma la prima impressione che ho è  quella di trovarmi in una qualsiasi metropoli occidentale, fatta di palazzoni e di traffico.
Fino a che non giriamo l’angolo e Kyoto ci sbatte in faccia il primo di una serie infinita di grandiosi templi. Il fiato mi si mozza in gola. Riesco soltanto a dire “wow”.
Ok, ora sì che siamo veramente in Giappone.
Ci infiliamo in piccole strade a senso unico, fatte di negozietti e piccole abitazioni tutte uguali.
Poi, parcheggiamo e ci riuniamo ai nostri compagni di viaggio. Scopro che mio fratello stava discutendo col tassista perché questi aveva preso come un’offesa il desiderio di Luca di aiutarlo a riporre le valigie nel bagagliaio. Sono veramente incredibili.
L’entrata dell’hotel è incredibilmente scenica, un’aria di tradizione che in realtà cela una struttura super moderna al suo interno. Raggiungiamo subito il desk e chiedo per la mia prenotazione. A nome di “Berotti Sala-Sama”.
La signorina incredibilmente sorridente inserisce i dati, cerca, cerca, cambia espressione del viso, cerca, CERCA. Inizio sinceramente a preoccuparmi.
Mi chiede nuovamente il mio nome, e io le mostro il documento della prenotazione. Lo guarda, lo fa vedere alla sua collega, ricercano nel pc, si dicono cose a voce molto bassa. Tranquille, tanto non vi capiremmo comunque. Ok, siamo ufficialmente senza un tetto. Mi uccido.
Poi, fanno un giro di chiamate. Alla terza, sembra essere molto felice.
…Suppongo che siamo nella sede sbagliata.
“Siete nell’hotel sbagliato.” Come volevasi dimostrare. E ci segna sulla mappa la strada da fare per trovare la sede giusta. Saranno solo 5 minuti a piedi, ma diventano 10 quando sei carico come un mulo. Prima di andarcene, ci consegnano una busta: sono le nostre magiche sim giapponesi, che ci salveranno sicuramente la vita.
Fa caldino. Mi son portata il mio armadio abituale, adatto vagamente alla mezza stagione. Non che io abbia un armadio adatto ad altre stagioni, in realtà. Devo ancora procurarmi qualcosa di estivo.
Comunque. Sembra che siamo arrivati alla sede giusta. Se la camera non c’è nemmeno qui, mi butto sul serio. Dopo aver insultato Norma, ovviamente.
Entriamo. Pure questo è parecchio chic, anche se devo dire che quell’altro era davvero più scenico. Peccato.
Vado subito al banco e mi accoglie un giapponese dall’inglese perfetto. Beh, giusto perché siamo in hotel, no? I giapponesi non sanno l’inglese. Me l’hanno ripetuto TUTTE le persone che ci son state.
Le camere esistono, e io posso tornare a respirare. È mezzogiorno, e non ci possiamo entrare fino alle 14. Lasciamo i nostri bagagli e ci sediamo sulle panche per cambiare le sim dei nostri telefoni. Io senza Google Maps non vado da nessuna parte, che sia chiaro.
Luca non può testare la sua perché si è dimenticato l’affarino per aprire lo sportellino del suo telefono cinese. Quindi, io son la prima a rischiare la sorte. E, con somma sorpresa, bastano due minuti prima che il mio telefono inizi a ricevere notifiche. Funziona davvero! Con soli 20 euro avremo internet per tutta la vacanza, illimitato! …The future.
Passo l’affarino a mio fratello, che mette la sim nel suo iPhone ultima generazione.
E non va. Diventiamo matti a capire quale sia il problema. Su internet leggiamo che effettivamente l’iPhone potrebbe dare problemi, e seguiamo la procedura indicata per risolverli. Ma niente. Non va. Luca inizia a disperarsi, e si chiede se magari la sua non fosse difettosa. Così, facciamo a cambio. Ma nel mio telefono funziona subito. Cosa ancora più sorprendente, la mia sul suo va. Non mi è molto chiaro per quale prodigio, ma problema risolto.
Fatto ciò, usciamo per esplorare la zona. E magari mettere qualcosa sotto i denti. Non ho famissima, non riuscirei a tollerare un vero pranzo. Non sarò distrutta dal viaggio, ma il mio orologio biologico lo è sicuramente. Entriamo in una brutta copia di StarBucks, mio fratello ha voglia di caffè.
E qui facciamo la seconda scoperta che gli rovinerà la vacanza definitivamente: non solo non potrà fumare dove vuole, ma non potrà nemmeno godersi un buon caffè.
I giapponesi bevono acqua sporca. In bicchieroni enormi. Nonostante le locandine spaccino foto di espressi in tazzina degni di un qualsiasi bar italiano. Questa è pubblicità ingannevole, e noi siamo stati ingannati. Io mi son presa dei biscottini con una spirale di pasta più scura. Molto carini eh, ma perché nella confezione c’è un pacchettino di silicagel?!
Quando la mia famiglia importa della merce deve dichiarare che il tal materiale è ASSOLUTAMENTE assente. E voi giapponesi lo mettete direttamente nel cibo??
…Credo che morirò, ma inizio a sentire famina.
Verso le 14 torniamo in hotel. Ora possiamo finalmente vedere le nostre camere. Ci danno due tessere per camera, necessarie sia per aprire la porta che per utilizzare l’ascensore. Le nostre camere sono vicine, per fortuna. Non vorrei mai che fossero isolate come mi capitò nel centro dei frati che ci ospitò per il Romics (storia molto interessante, ma che per via dello hiatus non ho avuto modo di raccontare ops).
Lasciamo i nostri bagagli e ci rilassiamo un attimo. Ma non troppo. Io avevo contato di sfruttare al meglio ogni singolo minuto di questo primo giorno, e abbiamo già accumulato sufficiente ritardo.
Così, usciamo e ci dirigiamo a piedi verso la nostra prima meta. Utilizzando Google Maps dal cellulare di Luca che, nel frattempo, era riuscito a costruirsi un rudimentale affarino per aprire lo sportello del suo cinesissimo cellulare.
Solo 15 minuti a piedi ci separano dal secondo “wow” della giornata. Abbiamo visto soltanto un muro altissimo e quella che potremmo definire una torre del castello, ma siamo già profondamente stupiti. Il Nijou Castle ci accoglie con una prepotente facciata di impalcature per la ristrutturazione. Alle 17 chiuderà, e alle 16 non è più possibile acquistare il biglietto. Ce la facciamo a pelo. Dovremmo tenere a mente questo dettaglio.
Ovviamente, la struttura del castello è già più che sufficiente per farmi sentire traslata in un nuovo mondo completamente diverso dal mio, ma pure vedere gente in kimono e yukata non scherza.
So che per loro è anormale scorgere la sorpresa nei nostri occhi, ma non riesco proprio a smettere di guardare tutte queste giapponesine tirate a lucido, truccate e imparruccate alla perfezione, mentre si scattano dei selfie con il castello come sfondo e, soprattutto, con i ciliegi. Se scorgere quelle maestose piante dal treno mi aveva tolto il respiro, averle a mezzo centimetro da me mi ha privato dell’uso della parola. Riesco soltanto ad osservarli, ammirarli a bocca aperta e scattare foto a ripetizione. Credo di averne come minimo un migliaio. Tutte uguali.
Vorrei toccare quei fiori meravigliosi, ma sono così delicati che ho paura di spezzarli. E sarebbe davvero un peccato mortale.
Con molta fatica, riesco ad abbandonare quelle piante, per lanciarmi in una visita piuttosto veloce dell’interno del castello. Abbiamo l’obbligo di levarci le scarpe, e devo dire che è veramente piacevole passeggiare a piedi nudi su questo pavimento di legno. Mi rilassa non poco. Vale la pena di entrarci anche solo per sentire questa sensazione straordinaria partire dalla pianta del piede e risalire lungo la colonna vertebrale, fino ad armonizzare il tuo cervello con il resto dell’ambiente. Che, tra l’altro, è particolarmente spoglio e ripetitivo. Ma, posso giurarlo, non te ne può fregare di meno.
Alle 17, purtroppo, una voce in filodiffusione annuncia che è ora di abbandonare il castello.
Ci dirigiamo verso il nostro hotel, prendendo una strada differente. E troviamo questa viuzza un po’ nascosta piena di ristorantini tipici, dove torneremo più tardi per la cena.
Rientrati in hotel, mi regalo una meritatissima doccia, che lava via la totalmente ignorata stanchezza per il viaggio. Non me ne rendo nemmeno conto, ma avevo veramente bisogno di ricaricare le batterie. Sono rinata.
Usciamo verso le 20 e raggiungiamo quella viuzza, scoprendo che i giapponesi a quest’ora non escono per mangiare. Tutti i negozi sono chiusi o in via di chiusura, a parte due o tre, davanti ai quali c’è una fila infinita di persone. Benissimo: non ceneremo mai.
Proseguiamo lungo la via, sempre più demoralizzati. Fino a che troviamo un ristorante piccolissimo, che sembra essere ancora aperto, e senza nessuno ad attendere fuori. Si mangia!
Certo, avremmo dovuto fermarci a riflettere bene sulla situazione: ci sarà un motivo se non c’è nessuno ad aspettare in fila, nonostante questo sia uno dei pochi locali ancora aperti. Ma, al momento, non ci interessa: vogliamo soltanto sederci e mangiare.
Siamo gli unici clienti, insieme ad una coppia. Ordinare la cena è stato più difficile del previsto: la cameriera sembra non capire minimamente le parole di Alessia. Nemmeno con l’inglese riusciamo a risolvere il problema. Eppure io voglio soltanto che nel mio Okonomiyaki non ci fosse della carne. Non è difficile. Non sto capendo se non capiscono la nostra lingua o se semplicemente sono talmente abituati a vivere standard che sono confusi dalla richiesta di una qualsiasi modifica.
Non lo so. So soltanto che ci vogliono 20 minuti per ordinare e un’ora e mezza per avere il nostro cibo.
…Che buttiamo via. Fa veramente schifo. Io ci provo a mangiarlo, e alla prima forchettata sembra quasi decente. Ma giunta alla seconda, mi viene la nausea e ci rinuncio. L’unica che sembra disposta a mangiare è Alessia. Noi siamo veramente super delusi.
Ho provato a non fare la solita italianotta del “l’unico cibo che merita di essere mangiato è il nostro”, ma penso che non sprecherò mai più mezzo yen  per del cibo che butterò. Lo giuro.
Questa prima cena ha già confermato il maggiore dei miei timori: il cibo sarà davvero un enorme problema per questa vacanza.
Sconsolati e ancora affamati, ce ne torniamo verso l’hotel. Notiamo un Mc, che è fortunatamente ancora aperto, e ci compriamo qualcosa per riempire quel buco allo stomaco.
Questa prima giornata non è stata delle migliori. Domani potrà solo che migliorare.
E ce ne torniamo in hotel, cullati dal suono che farà da colonna sonora all’intero viaggio: il bip del semaforo verde.

Buona notte, Kyoto. 
Unknown, lunedì 16 maggio 2016, 0 comments
I clacson per strada.
I semafori che non suonano quando sono verdi.
Gli Euro.
I miei che discutono.
File mai rispettate.
Gatti ovunque.
La psicologa che rompe.
TV spazzatura.
Computer.
Serie TV.
Tizi che ti mandano a fanculo perché la tua auto è passata sopra a dei cavi abbandonati per strada e per niente segnalati (andiamo. Un cazzo di cartello potevate pure metterlo.)
Sono proprio tornata a casa.
…Un mese fa, ormai. Ops.
Avrei voluto aggiornare subitissimo, davvero. Ma la prima settimana non l’ho fatto perché non ero più in grado di vivere in un mondo in cui alle 5 del mattino non si pranza. Mi avevano parlato del jet lag, ma non avevo compreso fino in fondo. Rientra nella categoria di cose che non si possono spiegare a parole, ma che capisci esclusivamente quando lo sperimenti di persona. (Tipo il colpo di fulmine, presente?)
Beh, ora che l’ho sperimentato, credo di poterlo riassumere in una parola sola: RINCOGLIONIMENTO.
Non sai più chi sei, né dove ti trovi. Sai soltanto che sono le tre del mattino e passeggi per casa, a giocare con i tuoi gatti, perché là sarebbe l’ora del tuo spuntino. E allo stomaco mica puoi spiegare cosa sia il jet lag.
Ho continuato a ragionare alla “In Giappone sarebbero le” fino a due settimane fa. È un casino.
Ma qualsiasi souvenir di questa straordinaria esperienza è ben accetto.
La seconda settimana non ho aggiornato perché, appena tornata, ho giusto avuto il tempo di realizzare che, da lì a pochissimo, avrei rivisto i  B.A.P . Non una, ma ben due volte, con solo una settimana d’attesa l’una dall’altra. È stato piuttosto scioccante, dal momento che ho vissuto due anni a cercare di convincermi che, purtroppo, non avrei più avuto l’occasione di vedere quei sei preziosi esseri umani.
Quindi, cercate di comprendere questo (vergognoso) ritardo.

Tornare a casa è stato…Strano.
Sono il tipo di persona che partirebbe una settimana sì e l’altra pure, ma soltanto dopo aver trascorso qualche giorno a casa. Amo la mia casa. È bellissimo partire, scoprire il mondo, proprio perché poi c’è un posto in cui tornare e raccontare le proprie avventure.
E poi mi mancava il mio bagno azzurro e rosa. Anche se rimpiangerò per sempre la tazza riscaldata e con bidet incorporato.
E il cibo. Nessun tempio o giapponese gentilissimo (e ingenuissimo) varrà mai il mio adorato cibo italiano.
Ho veramente mangiato merda. No, non “di merda”. Proprio “merda”.
Ci credo che son tutti magri come stecchi. Scommetto che saltano i pasti.
(Scherzo. In realtà, è pieno di persone sovrappeso e obese. Ma, proprio come la gente che fuma o i barboni, sono nascoste alla società. Ho pure saputo che lo stato paga loro le cure pur di non avere obesi in giro. The future.)
Sto per dire un’ ovvietà, ma concedetemela: là è proprio tutto un altro mondo.
Ammetto di aver rimandato questo post anche perché non saprei proprio da dove cominciare a raccontare. Così, ho deciso che, priva del dono della sintesi, racconterò tutto, nell’ordine in cui l’ho visto e vissuto, in più parti. Spero soltanto di essere in grado di rendere giustizia a quello che è stato il viaggio più importante della mia vita.

Grazie a chiunque avrà voglia di leggere. Sarà come se rivivessimo insieme tutto quanto.